La tragedia di Rigopiano. Chieste trenta condanne: "Vogliamo giustizia, ma non ci illudiamo"

Via al processo d’appello a L’Aquila dopo la raffica di assoluzioni. I familiari di Bonifazi e Tanda: "I responsabili non restino impuniti".

La tragedia di Rigopiano. Chieste trenta condanne: "Vogliamo giustizia, ma non ci illudiamo"

La tragedia di Rigopiano. Chieste trenta condanne: "Vogliamo giustizia, ma non ci illudiamo"

La procura torna a chiedere le condanne per i trenta imputati per la tragedia di Rigopiano, avvenuta a dicembre del 2017, ieri a L’Aquila nella prima udienza del processo in appello. La sentenza arriverà a febbraio, ma intanto i familiari delle vittime, tra cui il 31enne Emanuele Bonifazi di Pioraco e il 26enne Marco Tanda di Castelraimondo, possono ricominciare a sperare. "I responsabili non devono restare impuniti – dicono –. Non possiamo essere costretti tutti a chiederci se una località di villeggiatura sia sicura o no per i nostri bambini". Dopo la relazione del presidente della corte Aldo Manfredi, la parola è passata ai pubblici ministeri Annamaria Benigni e Massimo Papalia, che da Pescara hanno chiesto l’applicazione a L’Aquila per questo processo. I pm hanno ribadito le responsabilità dei vari enti, dal Comune di Farindola alla Provincia di Pescara, alla Regione Abruzzo e alla Prefettura di Pescara, in relazione a reati tra cui il disastro colposo, ma anche depistaggio. I pm hanno criticato il fatto che la sentenza di Pescara abbia applicato agli imputati la diligenza dell’agente medio e non dell’agente modello: chi ha un ruolo di amministratore non ha competenze e responsabilità dell’agente medio. Con un rischio valanghivo da tutti i lati delle montagne a Rigopiano, l’allerta valanghe attivo da giorni, le continue nevicate e le scosse di terremoto, gli enti non possono essere considerati un agente medio.

La procura ha confermato le richieste di condanna avanzate in primo grado. Oltre alla procura, hanno fatto ricorso in appello alcune delle parti civili e gli unici tre condannati in primo grado: il sindaco di Farindola Ilario Lacchetta (2 anni e 8 mesi) e i due dirigenti della Provincia di Pescara Paolo D’Incecco e Mauro Di Blasio (3 anni e 4 mesi). Sono state fissate undici udienze, una o anche due a settimana, per arrivare a febbraio alla sentenza e, salvo sorprese, alla Cassazione senza prescrizione.

"Abbiamo avuto una buona impressione – commentano i genitori di Emanuele, Egidio Bonifazi e Paola Ferretti, a L’Aquila con l’avvocato Alessandro Casoni –. Torniamo a casa un po’ più tranquilli, ma senza illusioni fino alla sentenza. Ci aspettiamo che i colpevoli vengano condannati, non solo per Emanuele ma per tutti. Come hanno detto i procuratori, non possiamo vivere tutti nella paura di incappare nell’istituzione che non funziona, che gestisce male un ponte o un fiume, e poi piangere se succede una disgrazia. Ci vuole la prevenzione, e la sentenza deve essere di esempio, di monito per far cambiare le cose". "L’udienza ci ha dato un po’ di carica, sebbene fossimo tutti con il morale a terra – aggiunge Gianluca Tanda, fratello di Marco –. La sentenza di primo grado era palesemente sbagliata, e non lo diciamo solo noi. Il danno più grosso a noi è stato fatto, ma non devono rimanere impuniti i responsabili. Non possiamo continuare ad andare negli alberghi con i nostri bambini, o a lavorarci, se non possiamo sapere che sono sicuri. Come hanno detto i pm, non è solo colpa di una strada che non era aperta, c’è stata una catena di sbagli. Sentire le requisitorie ci ha riportati a quel periodo, non sono bei ricordi – conclude Tanda –, ma era fondamentale ripercorrere la storia per capire cosa sia accaduto: c’erano mille modi per salvarli".