Una vita per la fotografia: "Racconto i mali del mondo"

Le foto di Chistian Tasso scelte da una banca americana. "Ho iniziato a 14 anni, a 18 sapevo già che volevo raccontare storie e mi sono buttato" .

Una vita per la fotografia: "Racconto i mali del mondo"

Una vita per la fotografia: "Racconto i mali del mondo"

Approda a Washington il talento del fotografo maceratese Christian Tasso: le sue foto del reportage intorno al mondo intitolato "No one excluded" sono state scelte dalla World Bank per celebrare la giornata mondiale per le persone con disabilità, e saranno esposte fino al 15 dicembre nella sede della banca. Ma mentre i suoi lavori girano tra i continenti, tra collezionisti ed esposizioni, Tasso, che oggi vive a New York con la moglie Federica Settimi, torna a guardare anche alla sua regione di nascita. Tasso, 37 anni, ha passato gli ultimi 17 a scattare foto, "all’inizio più con il fotogiornalismo – racconta -. Presto sono passato a progetti a lungo termine su temi per me interessanti, più in relazione con il mondo dell’arte e delle esposizioni. Ho iniziato dalle Marche, il mio primo progetto grande è stato con Rio de Oro sui Sarawi. Poi con la cooperativa Il Faro ho fatto un reportage sull’Hotel House: è stata organizzata una mostra lì, per far sì che tramite l’arte il palazzo aprisse le sue porte a tutti, anche a chi lo considerava un luogo pericoloso. Da allora sono partiti altri lavori sui temi dei diritti umani. Nel 2014, ho iniziato un progetto sulla percezione della diversità. Usando come fil rouge le storie di persone con disabilità, ho girato in sei anni 15 paesi del mondo, con l’idea di abbattere gli stereotipi attraverso le foto. E ancora, altri lavori hanno riguardato il tema della migrazione, l’impatto climatico sulle crisi umanitarie e sulle comunità indigene. Ad esempio a Panama c’è una comunità, i Guna, che devono lasciare la propria terra per via del cambiamento climatico; questo reportage è uscito sul Financial Times". Da dove arriva questa passione? "L’incontro con la fotografia nasce a Ussita: andavo a sciare, e a 14 anni portai una macchina fotografica. Sviluppare il rullino mi permetteva di rivivere quei ricordi e raccontarli agli altri. A 18 anni sapevo che volevo viaggiare e usare la fotografia per raccontarmi e raccontare le storie che mi interessano. Con determinazione e tanti sacrifici, mi sono buttato. Fino al 2014 ho vissuto da nomade. Poi mi sono trasferito a Venezia, poi a Ginevra iniziando a collaborare con le Nazioni Unite". Cosa l’ha spinto su queste direzioni? "La necessità espressiva legata a tematiche che mi sono care, che volevo raccontare e processare, e la macchina fotografica è stato lo strumento che ho scelto. Questo racconto si trasforma in opere, installazioni artistiche. Attraverso le foto creo finestre per far vivere certe esperienze, far percepire determinati sentimenti". Qualche progetto che ti è più caro? "Con alcuni lavori ho un legame particolare, tra cui il primo sulle Marche, un lavoro su cui dopo oltre 15 anni sto tornando. Dopo dieci anni all’estero, so che c’è qualcosa a casa che va raccontato. Qualcosa ci rende unici, forse il rapporto con le colline, i tramonti, le montagne, qualcosa di unico al mondo. Nel prossimo anno voglio tramutare queste emozioni in un nuovo progetto fotografico".