Alberi e spazi per il gioco: "Con le ’zone 30’ città a misura d’uomo: più bella e vivibile"

L’architetto Cavani interviene sul progetto di rivoluzione della mobilità che l’amministrazione comunale ha intenzione di attuare entro il 2030 "Dobbiamo ripensare gli ambienti urbani. Non è solo una questione di incidenti".

Alberi e spazi per il gioco: "Con le ’zone 30’  città a misura d’uomo: più bella e vivibile"
Alberi e spazi per il gioco: "Con le ’zone 30’ città a misura d’uomo: più bella e vivibile"

"La ‘città 30’ va intesa non solo come finalizzata a ridurre gli incidenti, ma è un’idea di revisione degli spazi urbani per consentire una vivibilità del territorio più a misura d’uomo e meno di veicolo". L’architetto Andrea Cavani, fondatore dell’Archivio Cesare Leonardi, è intervenuto in diverse occasioni pubblicamente sul progetto ‘zone 30’. In un convegno a cui ha recentemente partecipato, la rete di associazioni Aria ha lanciato una petizione a riguardo citando il Piano urbano della mobilità sostenibile del 2020 del Comune di Modena che prevede di portare a 30 chilometri orari il limite di gran parte delle strade locali entro il 2030 (gli assi viari principali rimarrebbero comunque sui 50), ma, è la riflessione, occorre accelerare anche perché "gli attuali livelli di rumore, inquinamento e di morti e feriti sulle nostre strade" rendono quanto mai urgente intervenire. Bologna per esempio partirà a metà gennaio. Si tratta di raggiungere una più "democratica ed equilibrata condivisione dello spazio pubblico tra tutti gli utenti: veicoli privati, mezzi pubblici, ciclisti e pedoni, contrastando gli squilibri che vengono dai decenni passati".

Architetto Cavani, il progetto città 30 riguarda il centro o anche tutte le periferie?

"Direi che il progetto debba riguardare soprattutto le periferie. Sul centro storico dagli anni ‘80 si è intervenuti in maniera significativa e l’obiettivo in questo senso è pressoché raggiunto. Sono invece le periferie che hanno bisogno di essere ripensate: le riqualificazioni in alcuni casi sono state inefficaci se l’obiettivo era renderle più vivibili. Penso a due quartieri importanti per la città come il Villaggio Artigiano Modena Ovest o a quello di Modena est".

Solitamente un cittadino, lo si è visto anche a Bologna, teme la ‘città 30’ perché la interpreta come un modo per i Comuni di fare cassa.

"È chiaro che si tratta di una rivoluzione, su cui occorre molta informazione e sensibilizzazione. Ridurre tutto ai segnali col limite di velocità o a fare multe con le pattuglie della municipale sarebbe la peggiore declinazione del progetto, vorrebbe dire che non si è colta la portata rivoluzionaria di questa idea di città".

Può fare degli esempi di come si può modificare un quartiere secondo l’idea di ‘zona 30’?

"Si può lavorare sulle sedi stradali riducendole e sottraendole in parte al traffico veicolare per ricavare isole pedonali, incrementare i percorsi ciclabili, collegare i parchi, ma anche inserire verde e alberi in alcuni comparti e nelle stesse strade di transito, creando punti per la sosta, il gioco, lo sport. Significa anche generare spazi più belli e mitigare le temperature estive estreme a cui ormai siamo abituati. Si creano così condizioni ottimali per raggiungere i servizi principali non necessariamente in auto. Un approccio organico nel quale una progettazione mirata, il potenziamento del servizio pubblico e l’incentivo a usare la bicicletta sono chiavi strategiche per raggiungere l’obiettivo".

Non sarà facile convincere i modenesi a rinunciare o comunque a limitare così tanto l’impiego dell’auto.

"All’inizio è normale, è sempre così quando si prevedono nuove aree pedonali. Penso per esempio a piazza Roma. Poi una volta realizzate nessuno vuole tornare indietro perché si comprende quanto la città così sia più bella e vivibile".