Giorni felici ma non troppo: "Il calvario dell’amore tra vuoti e miserie umane"

Al nuovo Teatro delle Passioni il capolavoro di Beckett diretto da Civica "Solitudine e incomunicabilità: l’inaridimento di un matrimonio qualunque" .

Giorni felici ma non troppo: "Il calvario dell’amore  tra vuoti e miserie umane"

Una scena di ’Giorni felici’

Massimiliano Civica, regista tre volte Premio Ubu e attuale Direttore del Teatro Metastasio di Prato, da giovedì fino al 3 marzo porta sul palco del Nuovo Teatro delle Passioni di Modena ‘Giorni felici’, uno dei capolavori del drammaturgo irlandese Samuel Beckett, dirigendo in scena due grandi interpreti del teatro italiano: Monica Demuru, e Roberto Abbiati. Beckett svuota il dialogo della sua funzione significante e porta i protagonisti a una totale inazione. La conversazione e la situazione in cui riversano i due protagonisti, Winnie, una donna sulla cinquantina, e suo marito Willie, un uomo di sessant’anni dal cranio rotto e vuoto, divengono una chiara espressione della misera condizione umana.

Civica, com’è nato il suo approccio a Samuel Beckett?

"Mi ha sempre affascinato il suo Teatro dell’Assurdo. In questo testo, reputo che l’assurdo dell’autore non stia tanto nelle parole dei personaggi quanto nella scenografia. Siamo di fronte a un qualsiasi matrimonio giunto all’aridità, tra la solitudine e l’assenza di dialogo. La coppia vive immobile, immersa nella sabbia. Quel monticello di sabbia è il colpo di genio di Beckett: una volta accettate le sue ‘assurde’ premesse (che una donna viva in un deserto bloccata dentro un cumolo di sabbia con accanto un marito a mobilità ridotta), ci troviamo davanti a un testo realista"

Reputa che la montagnola in cui si trova la protagonista sia una metafora?

"No, piuttosto una metonimia, un ‘corrispettivo oggettivo’, visivo, di uno stato dell’anima e di una sensazione in cui ci sentiamo immersi. Quante volte ci siamo ritrovati a dire: ‘Mi sento un peso sul petto che non mi fa respirare’? Siamo tutti bloccati, incapaci di guardarci negli occhi, di avanzare verso l’altro, tutti alla ricerca disperata di un contatto che ci faccia sentire meno soli. Con quel monticello di sabbia Beckett permette agli spettatori di scorgere l’assurdità della commedia dei nostri giorni felici: disperatamente bisognosi dell’incontro con un ‘tu’, siamo però incapaci di aprirci al dialogo".

C’è una luce di speranza?

"Nel finale il l marito, vestito da sposo, si avvicina alla moglie bloccata fino alla testa e c’è una sorta di contatto tra di loro, attraverso gli occhi, il dire di lei, ‘Guardami’, esprime la ricerca di non sentirsi sola, e lui allunga la mano".

Perché ‘ Giorni felici’?

"Winnie a un certo punto non riuscirà nemmeno più a voltarsi per guardare l’amato, ma resta sorprendentemente ottimista, afferma, che quello che verrà sarà un altro giorno felice. Ognuno di noi cerca di stare bene, dare senso alla sua vita, e anche il semplice fatto di esistere e parlare, rende quel giorno ‘felice’".