Il coraggio di Esther: "Spesso nessuno ci crede. Ma denunciare è importante"

E’ riuscita a sfuggire a un contesto familiare di abusi trovando la forza per parlarne "In Italia non si fa ancora abbastanza per tutelare le vittime. Servono leggi più severe".

Il coraggio di Esther: "Spesso nessuno ci crede. Ma denunciare è importante"
Il coraggio di Esther: "Spesso nessuno ci crede. Ma denunciare è importante"

"Lo Stato, anche in Italia, non fa abbastanza, ancora oggi si attende che una donna venga ammazzata prima di fare qualcosa. Ho subito violenza tra le mura domestiche quando avevo appena otto anni ma non ho denunciato, ho atteso tanto e sapete perchè? Perchè non mi avrebbero ascoltato". Le lacrime le rigano gli occhi ma dal suo sguardo, dalle sue parole emerge un coraggio da leone e, soprattutto, la voglia di guardare avanti. C’era anche Esther Keh Guelassay, 26 anni originaria della Costa D’Avorio ieri, seduta al tavolo prefettizio sulle violenze di genere in provincia. Esther ha voluto raccontare quanto subito da bambina per lanciare un monito: "Non si fa abbastanza, servono tutele maggiori per le donne vittime di violenza". La giovane all’età di otto anni subì abusi sessuali ripetuti da parte di un parente a Khorgo, dove viveva con la zia. "Entrava in camera di notte, quando gli altri dormivano" ha spiegato. Oggi la 26enne, mamma di una bambina, lavora al "LEI Rooms" di Maranello, room and breakfast ricavato da una villa confiscata alla criminalità organizzata e gestito da donne con storie di fragilità alle spalle. Esther è arrivata in Italia nel 2010 e nel 2016 se ne andò di casa, andando a vivere in un ostello con amici. Dopo di che entrò alla ’Casa delle donne’ per poi essere trasferita a Montecavolo, Reggio Emilia, al ‘Giardino di San Giuseppe’. Ora vive con il marito e la figlia a Rubiera. "Sono stata vittima di violenza, più volte, in famiglia. Il 90 per cento delle violenze si subiscono proprio in famiglia e non hai neppure il coraggio di dirlo, di parlare poiché temi di non essere creduta. La prima volta che ne ho parlato con mia sorella era il 2018: poi mi sono confidata alla ’Casa delle Donne’, a Reggio Emilia dopo aver assistito, in quinta superiore, a un episodio su una bambina. Non volevo che capitasse a lei la stessa cosa successa a me. E così ho iniziato a raccontare a una educatrice; mi ero tenuta dentro tutto poiché temevo che nessuno mi avrebbe creduto ma è importante parlarne. Mi hanno aiutato con la psicologa ad accettarlo: mi hanno fatto capire che la colpa non era mia. Ma non è stata l’unica volta. In quinta superiore facevo le pulizie a casa di uomini per pagarmi gli studi e uno ha cercato di approfittarsene. Sono rimasta pietrificata".

Oggi è sposata ed è finalmente felice...

"Mio marito ha capito, mi ha lasciato i miei tempi e sono contenta ma la violenza mi perseguita ancora, fa parte di te".

Crede che le leggi a contrasto del fenomeno siano sufficienti?

"Il codice rosso non è sufficiente e l’omicidio di Giulia lo dimostra. Ogni anno si ripetono le stesse cose. Occorre rafforzare le leggi, devono essere più severe affinchè l’aggressore sappia a cosa va incontro. Oggi in Italia le leggi non tutelano le vittime. A seguito di una denuncia occorre prendere subito provvedimenti, credere alle parole delle donne: non si può aspettare che vengano ammazzate".