Un ‘Trovatore’ sempre più attuale: "Guerra, vendetta e tante ombre"

Il regista modenese Stefano Monti: "Il capolavoro di Verdi riesce a oltrepassare spazio e tempo"

Un ‘Trovatore’ sempre più attuale: "Guerra, vendetta e tante ombre"

Un ‘Trovatore’ sempre più attuale: "Guerra, vendetta e tante ombre"

"Di quella pira l’orrendo foco..." torna a infiammare il teatro Comunale Pavarotti Freni. Il rosso delle passioni e del desiderio di vendetta, così come il nero della tragedia dominano nel nuovo allestimento che il celebre regista modenese Stefano Monti ha ideato per "Il Trovatore" di Giuseppe Verdi, in scena stasera alle 20 e domenica 3 dicembre alle 15.30. Il maestro Matteo Beltrami dirige l’Orchestra Filarmonica Italiana (con il Coro del Teatro di Piacenza preparato da Corrado Casati) e un cast con due ingressi dell’ultima ora: Dalibor Jenis interpreta il Conte di Luna (al posto di Ernesto Petti), Marta Torbidoni è Leonora (sostituisce Chiara Isotton, pure indisposta), Anna Maria Chiuri indossa le vesti della zingara Azucena e Angelo Villari è Manrico. "Dicono che quest’opera sia troppo triste, che vi siano troppo morti – scriveva Giuseppe Verdi a Clara Maffei –. Ma infine nella vita tutto è morte!". "E la mia riflessione è partita proprio da questa lettera", spiega Monti.

Cosa ci ‘racconta’ il Trovatore?

"In questi tempi talmente drammatici da aprire prospettive perfino apocalittiche, è un capolavoro di sconvolgente attualità. Nell’opera si ripetono quasi ossessivamente alcune parole, come ‘Mi vendica’... E in questo mi sembra di vedere l’ineluttabilità di secoli e secoli di scontri e ferocia: la guerra sembra essere parte della natura dell’uomo".

Un’opera di sentimenti complessi: come l’ha concepita?

"Nella sua potenza, ‘Il Trovatore’ si rivela ostico da realizzare, anche perché scandito da quattro parti e otto quadri. Ho voluto sottrarre l’allestimento da visioni oleografiche o folcloriche, ma al contempo ho voluto evitare di appiattirlo sul presente, quindi niente tute mimetiche o mitragliatrici. Un capolavoro è tale proprio perché riesce a oltrepassare le dimensioni del tempo e dello spazio. Ho optato per una teatralità severa, rigorosa, con una concezione metafisica che va all’essenza della storia".

I colori hanno un significato notevole...

"Sì, la scatola scenica si compone e ricompone, evoca in modo astratto torri, macchine da guerra, prigioni, e le pareti – molto materiche, con fessure e crepe – assumono colori con diverse gradazioni. Si accende il rosso fuoco o si sprofonda nel nero dell’oscurità. Ci sono, certo, anche suggestioni di arte contemporanea, da Anish Kapoor ad Alberto Burri".

E anche in questo spettacolo compaiono le ombre. Perché?

"Sono parte anche della storia. Tutta la vicenda scaturisce dalla morte della madre di Azucena, raccontata all’inizio dell’opera: e questo dramma resta appunto come un’ombra su tutta la trama. Le ombre sono anche un simbolo dell’incapacità di andare oltre le nostre ossessioni, ma possono anche suggerire segrete intese cortesi, come nella scena del giardino".

Nel teatro c’è la vita?

"È un modo di vivere e di raccontarsi, e regala momenti incredibili. A Tenerife è stato presentato ‘Il piccolo spazzacamino’, la piccola opera per ragazzi che è divenuta quasi un classico, una mia regia nata più di 25 anni fa. Alla fine il protagonista, un bimbo di 6 anni, è venuto ad abbracciarmi: mi hanno detto che aveva perso il papà e che per lui quello spettacolo rappresentava tanto. In quell’attimo ho capito, una volta di più, il senso vero del fare teatro".