Errore medico, risarciti 22 anni dopo la morte del figlio

Al giovane fu montato un dispositivo per un problema cardiaco, ma la batteria, scarica, non fu sostituita

Errore medico: risarciti 22 anni dopo la morte del figlio

Errore medico: risarciti 22 anni dopo la morte del figlio

Fano, 8 febbraio 2024 – Non c’è assegno che possa risarcire la perdita di un figlio. Ma dopo 22 anni di lacrime e rabbia, una famiglia fanese ha visto almeno riconosciuto l’errore medico e la negligenza che hanno portato alla morte di un ragazzo di 22 anni che aveva ancora tutta la vita davanti. "Non allevia il dolore - dice il padre -, ma almeno fa giustizia. Anche se, in questi due decenni, quei medici hanno continuato a esercitare". Si chiamava Simone ed era affetto da una forma di defibrillazione ventricolare che all’età di 16 anni l’ha costretto a sottoporsi a una serie di interventi salvavita, l’ultimo dei quali per l’installazione di un piccolo defibrillatore nel ventricolo sinistro. Un "device" capace di riconoscere le alterazioni del ritmo della frequenza cardiaca e di erogare - se necessario - una scarica elettrica al cuore per ristabilire il ritmo.

Un apparecchio dotato di batteria e dunque soggetto, come è normale, a un ciclo di vita che ne riduce l’efficacia nel tempo e che va sostituito quando non può più garantire prestazioni ottimali. Questo però non è stato fatto e per questo Simone è morto, come alla fine ha certificato il Ctu del Tribunale di Milano dove si sta svolgendo il processo civile contro l’Istituto Clinico Humanitas e i suoi 5 medici coinvolti, inducendo la struttura sanitaria a trovare un accordo economico, per non andare a sentenza. "Lo scandalo è che una responsabilità così evidente sia arrivata a conclusione dopo un periodo così lungo di tempo. Ma soprattutto che in sede penale, la denuncia fatta subito dalla famiglia, sia stata archiviata". A raccontare questa storia è Paolo Simioni, titolare di Obiettivo Risarcimento, la società di tutoring che negli ultimi 10 anni ha fornito assistenza legale gratuita alla famiglia di Simone, riuscendo a certificare in sede civile quanto non valutato in sede penale.

«Il caso è veramente terribile - sottolinea Simioni - perché la famiglia aveva provato a intentare un procedimento penale, chiedendo alla procura di indagare su questo fatto. Ma è stato archiviato. Nessuna responsabilità né in capo alla struttura né ai medici per questa negligenza. Questo li aveva sconfortati, perché erano convinti che ci fossero responsabilità". Dopo 22 anni quelle responsabilità sono emerse. "Non vi è dubbio - si legge nella perizia - che il decesso sia causalmente riconducibile al mancato funzionamento dell’ICD la cui batteria aveva raggiunto un livello di carica insufficiente a erogare la scarica. Il controllo del dispositivo e la sua sostituzione vennero procrastinati senza una evidente ragione, per mera inefficienza della struttura responsabile e negligenza dei sanitari".

Nel gennaio 2000, tre anni dopo l’installazione, una doppia scarica del defibrillatore induce la famiglia di Simone a portare il ragazzo a un controllo dal medico milanese che l’aveva posizionato. Dopo il ricovero il giovane viene dimesso con una nuova terapia farmacologica e l’obbligo di costanti controlli al device. Nell’aprile 2002 si susseguono due nuovi episodi di fibrillazione con conseguente entrata in funzione del dispositivo. Al successivo controllo, visto lo stato d’usura del dispositivo, il medico propone al ragazzo di sottoporsi ad un’altro intervento nonché alla sostituzione del defibrillatore che mostra "preoccupanti segni di scarica". Siamo ai primi di maggio 2002. "A questo punto i familiari e lui stesso iniziano ad avere paura - prosegue Simioni - e sollecitano a più riprese la fissazione della data dell’intervento, senza ottenere risposte. Anche perché quando questi dispositivi salvavita mostrano segni di cattivo funzionamento, vanno sostituiti massimo entro tre mesi". Il tempo passa e nessuno li chiama. Il 27 agosto 2002 Simone muore. Dalla clinica si fanno sentire per fissare l’intervento il 2 settembre.