MODENA, IL PANORAMA collinare offerto dalle enormi vetrate della Reflexallen, nel paesino modenese di Guiglia, è già un dettaglio significativo per capire il dna di quest’azienda, proiettata al futuro come poche. La location scelta da Renzo Gibellini, fondatore e titolare, può apparire un po’ fuori dagli schemi per una realtà così importante. Ma è in linea col superamento – ormai avvenuto grazie alla tecnologia – delle tradizionali distanze globali.

Di cosa vi occupate, Gibellini?

«Lavoriamo per il settore dell’automotive, abbiamo clienti in tutto il mondo. Sostanzialmente troviamo soluzioni per il trasferimento di energia all’interno di un veicolo o di altri prodotti e ci occupiamo di tutti i passaggi. Spesso studiamo sistemi per far scorrere fluidi tramite tubazioni, il concetto di ‘fluid power’, ma veicoliamo anche aria ed elettricità attraverso cavi, spine, cablaggi di varia genere. Il cliente ci dice che tipo di energia vuole utilizzare e in quale prodotto, noi pensiamo al resto: disegno, sviluppo, prototipazione, produzione.

Prima di parlare del futuro, andiamo alle origini della sua azienda...

«Sono partito dal nulla, da solo e senza mezzi in un garage. Avevo solo la mia forza di volontà e la mia ambizione. Credo che un manager per riuscire debba avere carattere, passione, intelligenza e conoscenza. Ma mentre le prime tre caratteristiche vengono influenzate spesso dalla fortuna, dalla quarta non si può prescindere. Significa che la voglia e la capacità di imparare e di aggiornarsi costantemente non possono mai venir meno. Se si ha la presunzione di sapere tutto quel che c’è da sapere, allora non si arriva da nessuna parte. Io ho iniziato producendo segnaletica di sicurezza per veicoli pesanti, poi in un tempo relativamente breve sono arrivato a vendere in tutta Europa. A quel punto mi sono trovato davanti a un bivio: vendere prodotti simili a clienti diversi o vendere prodotti diversi a clienti simili? Ho scelto la seconda strada, la più coraggiosa, ed oggi abbiamo 14 sedi all’estero e 1400 dipendenti, proprio perché abbiamo saputo affrontare la sfida della globalizzazione».

C’è una sorta di filosofia aziendale alla quale non ha mai abbandonato?

«Riuscire ad essere un player globale, ma mantenendo allo stesso tempo un approccio al nostro prodotto, per così dire, ‘artigianale’. Lo creiamo e lo facciamo noi con le nostre idee e le nostre mani, ed è ciò che ci porta ad essere affidabili verso il cliente, perché sappiamo ascoltarne le esigenze e troviamo la soluzione migliore per lui. Ma ripeto: devi saperti muoverti in un contesto globale. Oggi non vale più il concetto di ‘piccolo e bello’, perché il mercato è diventato troppo complesso. Quindi non basta essere bravi imprenditori, ma bisogna leggere le trasformazioni, ultra-rapide e violentissime, della nostra società. Il piccolo che non si aggiorna di continuo non può più reggere».

Come vede i prossimi dieci anni?

«La tecnologia da qui al 2030 cambierà le nostre vite in modo ancor più veloce e cruento, siamo alla vigilia di una rivoluzione hi-tech mai vista, basata non solo sul 5G e sulla robotica. Dovremo farci trovar pronti, perché quel che sembrava utopistico diventerà presto realtà, vedi i veicoli a guida autonoma, e cambierà le abitudini di tutti. E sarà ancora più importante il senso di responsabilità sociale delle aziende, valore che col tempo si è un po’ perso. In Italia spesso davanti alle difficoltà si preferisce il pianto collettivo e il dare la colpa ad altri. Invece serve un’altra mentalità, per certi versi più vicina ai valori di una volta. Bisogna sempre partire dal ‘Cosa posso fare io per migliorare?’, altrimenti la fine è inevitabile».