Addio torri Hamon. La demolizione: la pinza della gru stritola il cemento

Alle 8 di ieri il mezzo è entrato in azione a quasi 60 metri di altezza. Un lavoro lungo e lento che si protrarrà per settimane. Così sta cambiando il volto dell’area industriale di Ravenna.

Addio torri Hamon. La demolizione: la pinza della gru stritola il cemento

Addio torri Hamon. La demolizione: la pinza della gru stritola il cemento

I gabbiani volteggiano attorno alla gru il cui braccio svetta ben oltre la sommità della torre Hamnon più a ovest, quella quasi davanti al cimitero monumentale; si lasciano sballottare dalle forti raffiche di vento incuriositi dall’insolito movimento, dai nuovi arrivati, dal lungo braccio della gru, da quel ‘mostro meccanico’, una pinza oleodinamica comandata elettricamente, che dalle 8 di ieri con le ganasce stritola, pezzo dopo pezzo, i blocchi di cemento che, fila su fila nel 1951 i muratori dell’Acmar innalzarono fino a 55 metri d’altezza, operazione ardimentosa, al pari, per l’epoca, della necessaria e complicata armatura esterna destinata, seguendo l’andamento iperboloide dell’erigendo manufatto, a far lavorare in sicurezza gli operai. Ore 8 del 2 aprile 2024: ora e giorno che meriterebbero di essere ricordati in una targa nel futuro parco fotovoltaico perché è la data in cui è iniziata la cancellazione dall’orizzonte del Candiano, dalla vista dei ravennati e, a breve, dalla loro memoria, di quei manufatti che, quando sorsero, costituirono il primo concreto segno dell’evoluzione economica e sociale della città (pur con tutti i limiti e le serie conseguenze che si scopriranno in seguito) che passava da un’era totalmente legata a un’agricoltura ancora antica, le immense distese di grano e di barbabietole, a un’era industriale, la porta del futuro che la raffineria Sarom stava aprendo e alla quale si sarebbe aggiunto, di lì a breve, l’Anic. Erano le 8, dunque, di ieri mattina, quando l’enorme pinza elettromeccanica (l’impresa incaricata del lavoro di demolizione è la ACR Reggiani) sorretta dalla gru del gruppo ‘Baldini’ di Faenza è entrata in azione a quasi sessanta metri d’altezza.

A manovrarla è un operatore alloggiato su un altro mezzo meccanico dotato di piattaforma-cestello che si stacca da terra per una decina di metri. Accanto a lui è l’operatore del cestello. Il primo ha in mano una consolle piena di leve e pulsanti che manovra con estrema professionalità e lassù le ganasce della pinza agguantano il blocco di cemento, spessore di una trentina di centimetri, lo strappano dall’alloggio tranciando l’impressionante rete di fili e tondini di ferro che all’interno corrono tutt’attorno al manufatto e che con un po’ di fantasia ricordano i rigidi e sovrapposti cerchi che a partire dal sedicesimo secolo vennero modellati per sostenere dall’interno le gonne delle donne spagnole, il verdugale. Un lavoro lungo e lento, quella della demolizione: basti dire che ieri in sei ore di lavoro, con necessarie pause per gli operatori, è stato sbriciolato un tratto di muro di una ventina di metri quadrati, all’incirca un quinto dell’intera circonferenza che alla base è di 35 metri, ma alla sommità è ben più ristretta, una ventina di metri. Procedendo a questi necessari rallentati ritmi, l’operazione di demolizione di entrambe le torri si protrarrà per diverse settimane. I lavori alla seconda torre, infatti, inizieranno una volta conclusi quelli ora in corso. Sempre che non intervenga qualche provvedimento di blocco, visti gli esposti presentati fra giovedì e venerdì, alla Soprintendenza e alla Procura, da parte di Italia Nostra.

Considerando il weekend pasquale, molti ambientalisti si augurano che la questione possa essere ancora studiata e che quindi nelle prossime ore possa essere adottata qualche decisione in tal senso. Ma va da sé che sarebbe troppo tardi, quanto meno per la torre in cui già sono iniziati i lavori (e che peraltro sembra quella meno precaria dal punto di vista dei rischi di stacco di detriti). C’è un luogo, nella zona della vecchia darsena cittadina, in cui si puo’ avere una completa visione circolare dello skyline creato a partire da inizio Novecento, dall’attività collegata al porto. Ed è via Eustachio Manfredi, ovvero la via in sponda sinistra del porto canale, nei pressi dei vecchi magazzini del grano. Di qui si hanno a portata d’occhi le due torri Hamon, i capannoni della Samea, la torre in cemento dei silos dei Ferruzzi, l’imponente mole del mangimificio Mosa, l’immenso scheletro ligneo a forma di cattedrale che reggeva le pareti e il tetto della prima fabbrica di concimi, la Montecatini, di cui Serafino Ferruzzi da giovane fu rappresentate. Gran parte di questi manufatti sono destinati alla demolizione secondo il piano urbanistico della Darsena; ma non la ‘cattedrale’ Montecatini, un ‘pezzo unico’ di inizio secolo scorso. Sempre che, privata da anni delle pareti e del tetto, non finisca col crollare per via del legno esposto a tutte le intemperie. Più passa il tempo più cresce il rischio che un secolo di portualità ravennate sia destinata ad evaporare.