Fonovaligia e frigo. Il negozio Zangaglia era la culla di sogni

di Paolo Casadio Dopo la radio, il primo elettrodomestico che varcò la soglia di casa nost...

Dopo la radio, il primo elettrodomestico che varcò la soglia di casa nostra fu il frigorifero, un panciuto e bianco Fiat – in realtà costruito su licenza Westinghouse – comprato a rate che si apriva con una scomoda maniglia a leva e nel cui vano interno ho cercato di schiacciarmi le dita. Poi fu la volta del televisore Watt Radio, due canali in bianco e nero, UHF e VHF, misteriose sigle di cui mi sfuggiva il significato. Il nostro centro commerciale di elettrodomestici era il negozio Zangaglia, collocato nella palazzina d’angolo tra la Circonvallazione San Gaetanino e via Rocca Brancaleone: una palazzina facciavista sostanzialmente immutata e che mi pare ospitasse pure la lavanderia ’La Florida’.

Comunque fosse, il negozio Zangaglia era il negozio dei sogni, sogni che spesso si rompevano poiché la tecnologia al tempo era quel che era. Il terzo elettrodomestico non fu la lavatrice ma la cosiddetta fonovaligia. Si trattava di un giradischi Kosmophon dotato di un solo e sfrigoloso altoparlante, un commutatore di giri 3345 e un braccetto portapuntina in plastica. Il perché di questa precedenza rispetto alla lavatrice, assai più utile, lo si deve all’imperversare di due trasmissioni che hanno fatto la storia d’Italia: Il Musichiere e Canzonissima. La loro funzione di promotrici delle vendite discografiche è stata indiscussa, anzi: il Musichiere proponeva una propria rivista settimanale all’interno della quale era presente il disco flexi, ovvero un disco 45 giri inciso solo in un verso, un brano singolo, su un supporto sottile e flessibile di vari colori, dal nero al bianco. La qualità di riproduzione era mediocre, ma allora non si andava tanto per il sottile. Poi vennero gli lp, i dischi raccolta, e a casa mia imperversavano Gianni Morandi e Secondo Casadei: vietatissimi i Beatles in quanto “capelloni”.

La instabilità della fonovaligia faceva sì che il braccetto a volte partisse motu proprio, raggiungendo il centro del vinile con un rumore sinistro e, spesso, rigandolo. Non importava, con quel rustico marchingegno ogni casa diventava una succursale delle due trasmissioni televisive e il piccolo altoparlante riempiva di note e gorgheggi le stanze. Non solo: induceva a cantare, a volte ad accennar passi di ballo, spesso a interrompere le attività soltanto per riascoltare all’infinito refrain e ritornelli. Allora sembrava che la musica risolvesse tutti i problemi.