Ilerio, il fotografo artista: "Così i miei scatti su carta velina diventano come acquerelli"

Fiammenghi, titolare della storica ferramenta di via Renato Serra, e un hobby particolare "Il segreto? Utilizzo tanti fogli e dopo la stampa, la stropiccio più volte come fosse una tela grezza".

Ilerio, il fotografo artista: "Così i miei scatti su carta velina diventano come acquerelli"
Ilerio, il fotografo artista: "Così i miei scatti su carta velina diventano come acquerelli"

Ha saputo traghettare la propria ferramenta attraverso il mare periglioso della concorrenza dei centri commerciali tanto che il negozio, aperto dal padre, vede all’orizzonte il traguardo dei 70 anni; già da tempo ha il titolo di bottega storica, fra le cento più antiche d’Italia. E oggi è anche punto di aggregazione del Borgo San Rocco. Alle capacità imprenditoriali Ilerio Fiammenghi ha sempre affiancato la curiosità per i paesaggi, la natura, per gli angoli della città e li ha cristallizzati in centinaia, migliaia di scatti fotografici a cominciare da quando aveva 15 anni: e oggi, grazie a una singolare tecnica di stampa e alla dimestichezza col computer, quelle immagini diventano altro, vanno oltre la fotografia, la realtà si trasforma e acquisisce il senso di un’opera pittorica, unica, irripetibile.

La mostra delle sue opere alla ‘Private banking’ della ‘Cassa’, in piazza, ha avuto grande eco…

"Ma, per carità, non mi sento un artista. Sono semplicemente una persona alla quale piace sperimentare strade cui nessun altro ha pensato. E di fondo ci sono la curiosità e la perseveranza, quando mi metto in testa una cosa, finché non l’ho realizzata non mollo. Pensi che ho acquistato e utilizzato il primo computer nel 1983, eravamo all’alba dell’informatica".

Le sue foto sembrano acquerelli, luci e ombre si alternano come in una irregolare scacchiera tanto da dare il senso del rilievo, addirittura del movimento.

"E’ un risultato dato dal tipo di supporto per la stampa e dal suo trattamento. Io utilizzo tela o carta ‘velina’ particolare che dopo la stampa stropiccio, una procedura ripetuta finché non vedo un risultato che mi soddisfa. Mai la stessa foto, ad esempio un paesaggio, comparirà allo stesso modo".

Come le è venuto in mente un procedimento del genere? "L’idea è venuta per caso, da una stampa che avevo appallottolato per gettarla nel cestino. Mi è capitato di riaprire la palla di carta e ciò che ho visto mi ha incuriosito e stimolato a fare esperimenti".

Come materiale, diceva, usa carta velina.

"Ho provato tanti tipi di carta, ma non andavano. Un giorno a Milano, in un negozio di calzature vidi una carta ‘velina’ che mi sembrò adatta, mi feci dare alcuni fogli e le indicazioni sul fornitore. Messa nella stampante, a sublimazione, il risultato fu ottimo. Ma sappia che per ottenere l’immagine che mi soddisfa consumo fogli e fogli e tanto inchiostro".

Diceva anche della tela…

"Oh sì, fa risaltare l’effetto acquerello. Ma non è stato facile trovare la tela adatta, ho pure distrutto una stampante. E dire che la soluzione era in casa, mia moglie si ricordò della tela grezza di mezzo secolo prima, quella per le lenzuola e mai utilizzata!"

Quella nell’ex negozio Bubani è la sua prima mostra?

"Con venti opere, sì. Finora avevo partecipato con una foto alle mostre collettive dei due club di cui sono socio, il Circolo Fotografico Ravennate e l’ Hobby Foto Club".

Quando ha cominciato con la fotografia?

"Nel 1957, avevo 15 anni, grazie a una Voigtlander a fuoco fisso che mi aveva regalato il babbo, l’aveva trovata nel negozio di Cellarosi, c’era di tutto lì. E col tempo allestii la camera oscura anche per le foto a colore e le diapositive. Fin dall’inizio puntavo al paesaggio, agli angoli caratteristici della città…"

Suo padre che lavoro faceva? "Babbo, il cui nome era Armando, ma tutti lo conoscevano come Mario, faceva il meccanico da biciclette, in via Podgora, dove all’epoca abitavamo, le costruiva anche…poi nel 1955 aprì la ferramenta qui in via Castel San Pietro, vicino alla porta".

Quindi anche l’infanzia l’ha trascorsa lì nel borgo…è nato in casa?

"No, all’ospedale, nel viale della Stazione, che poco dopo fu distrutto dalle bombe. Pensi che la mamma, Dina Natali, durante le incursioni aeree voleva stare in casa, non voleva andare nei rifugi! Sa che della guerra ho un’immagine indelebile: il muso di un carro armato fermo in un vicolo fra due edifici. Avevo due anni".

Che scuole ha frequentato?

"Le elementari al ’Mordani,’ poi l’Avviamento, dove ora c’è la Novello e l’Iti a Forlì perché a Ravenna non c’era. Al rientro dal militare, il babbo mi passò la gestione della ferramenta e dopo qualche tempo trasferimmo il negozio qui in via Serra dove ancora siamo. All’epoca a Ravenna c’erano due-tre ferramenta, poi a fine anni 60 erano diventate trentacinque. Ma con lo sviluppo dei centri commerciali quasi tutte hanno chiuso e così siamo tornati ai piccoli numeri di allora".

Ma clientela e merce negli anni sono evidentemente cambiate…

"Pensi che gran parte della clientela dell’epoca era data dai contadini, venivano ad acquistare gli attrezzi, sa che in magazzino ho ancora delle falci!? Le mannaie per spaccare la legna si vendono ancora perché è tornata la voglia di stufe a legna…E poi si vendevano ad esempio le raspe per gli zoccoli dei cavalli e i chiodi per i loro ferri; ne vendevamo a migliaia per via dell’ippodromo…Ricorda i trapani a manovella, a mano? Li utilizzano ancora, per i lavori nelle navi, per evitare scintille".

All’epoca se non sbaglio c’erano ferramenta che vendevano anche casalinghi, bombole di gas, elettrodomestici…

"Certo, anche noi, era ovvio diversificare e c’era mia moglie, Elide, a organizzare; ci siamo sposati nel 1968, poi è nata Erika che ora gestisce il negozio con il marito. Frigoriferi, lavatrici, stufe…Vendevamo anche il kerosene, poi con l’estensione della rete del metano il mercato si è esaurito. E mentre arrivavano i primi trapani elettrici smettemmo con gli elettrodomestici: fu quando venne aperto il Gallery, ne era pieno!"

Lei però è riuscito a resistere alla concorrenza.

"Sì, puntando sulla qualità dei prodotti, che nei grandi centri non si trova. E soprattutto mi ero specializzato sul fronte degli strumenti, martelli, scalpelli, tagliavetri a olio, tronchesi e altro, per il mosaico. Negli anni 70/80 l’attività dei mosaicisti si sviluppò moltissimo, li ho conosciuti tutti… Per questo particolare settore riforniamo laboratori in tutto il mondo. Ho appena fatto una spedizione in Israele…"

Una ferramenta è un buon osservatorio per capire se ai giovani piace fare lavoretti in casa…

"Una volta arrivavano a frotte, oggi non più. Fanno eccezione i giovani immigrati, loro hanno molta manualità. Ma la nostra clientela ha un’età medio alta…E poi tanta gente viene qui con la scusa di comperare, ma poi si ferma a parlare. Tutti qui ci conosciamo, si parla dei problemi del Borgo, dei problemi delle persone…"

La ferramenta come punto di aggregazione…

"Proprio così. Purtroppo le botteghe qui attorno alla piazzetta sono rimaste ben poche: macellaio, pizzeria, panificio, fiorista. La banca e la farmacia si sono spostati, lo storico bar Romagna e altri negozi come l’orologiaio, la rosticceria, il pescivendolo hanno chiuso. Pensi che nel ‘68 nella piazzetta c’era il mercato…E abbiamo avuto la grande perdita di don Ugo, un catalizzatore. Ma noi qui facciamo di tutto per continuare a mantenere il senso della comunità".