"Indotta al suicidio". Dopo la denuncia di abusi

Alla sbarra lo zio della ragazza. Sia lui che un altro parente pochi giorni fa erano stati condannati per un raid punitivo contro la giovane.

"Indotta al suicidio". Dopo la denuncia di abusi
"Indotta al suicidio". Dopo la denuncia di abusi

Il processo è quello per la vicenda che aveva dato la stura all’intero caso. Ovvero l’imputato - un 40enne di origine straniera - è accusato di avere abusato di due nipoti sin da quando erano piccole (si sono costituite parte civile con gli avvocati Monica Miserocchi e Simone Balzani). E anche di avere istigato al suicidio quella che aveva deciso di denunciarlo. Quella di ieri mattina è stata però un’udienza particolare visto che faceva seguito alla condanna, inflitta in abbreviato il 18 gennaio scorso, sia all’imputato che a un altro zio delle due ragazze - di qualche anno più grande del primo - per violenza sessuale di gruppo.

Ovvero otto anni di carcere a quest’ultimo, considerato esecutore materiale della contestata violenza realizzata assieme a due uomini tutt’ora non identificati. E sei anni al primo zio, inquadrato dalle indagini della polizia coordinate dal pm Angela Scorza quale mandante morale del raid punitivo realizzato a inizio febbraio 2021 proprio per convincere la ragazza prima a ritirare la denuncia; quindi, al suo rifiuto, per punirla.

Ieri davanti al pm Francesca Buganè Pedretti e al collegio penale presieduto dal giudice Cecilia Calandra, hanno parlato sia gli ultimi testi dell’accusa che praticamente tutti quelli delle parti civili. In particolare è stata sentita l’infermiera della casa famiglia dove la giovane aveva tentato l’ultimo suicidio proprio in ragione - secondo le verifiche della squadra Mobile - del turbamento che la vicenda legata allo zio le stava provocando.

Sono stati ascoltati anche operatori del personale medico che aveva seguito la ragazza dopo il ricovero; e poi una educatrice del centro di salute mentale; un carabiniere che, allertato da una guardia giurata, si era recato nella struttura a causa dell’ingresso di parenti della giovane presumibilmente andati sin là per parlare con lei e magari per farle ritirare la denuncia; e ancora un agente di polizia locale a suo tempo intervenuto per applicare alla ragazza un accertamento sanitario obbligatorio di fronte al secondo tentativo di gesto estremo: quando cioè lei si era allontanata dalla struttura e aveva assunto alcuni farmaci. Tra le persone ascoltate, figura pure un assistente di un centro antiviolenza che aveva seguito la giovane.

La prossima udienza è stata fissata per metà marzo. In quell’occasione a prendere la parola saranno i testi della difesa ed eventualmente anche l’imputato, difeso dall’avvocato Apollinare Nicodemo.

Il caso si interseca con il procedimento a carico dei due zii perché il nuovo indirizzo della giovane, riportato nella notifica di un atto, compariva nel fascicolo che i due zii avevano potuto sfogliare proprio il giorno della contestata violenza di gruppo.

I due hanno invece sempre sostenuto che in quel frangente si trovavano invece dall’allora avvocato in Veneto: un alibi che in prima battuta aveva retto spingendo il tribunale del Riesame alla scarcerazione dopo il fermo ordinato dalla procura ravennate. Ma sia le verifiche della questura che le parole della giovane ascoltata in incidente probatorio, avevano confermato l’accusa.

a.col.