La favola del 6 gennaio: "Noi Befane? Siamo tante. E niente scarpe rotte ma contemporaneità"

Lo scrittore Paolo Casadio e la storia per il giorno dell’Epifania "Sì, si cresce, ma ciascuno non può dimenticare il bambino che è in lui e ritornerà per tutti più avanti, per chiedervi conto dei vostri sogni".

La favola del 6 gennaio: "Noi Befane? Siamo tante. E niente scarpe rotte ma contemporaneità"

La favola del 6 gennaio: "Noi Befane? Siamo tante. E niente scarpe rotte ma contemporaneità"

Sarebbe proprio ora di smetterla con questa storiella della Befana descritta come una rugosa vecchiettina sdentata, coperta di cenci e scarpe rotte, che svolazza a cavallo d’una scopa, e soprattutto che in realtà sia una föla. Fatica inutile. Agli uomini manca la capacità di immaginare realtà inimmaginabili, figurarsi l’energia e le sue infinite forme e dimensioni. Intanto, precisiamo, la Befana esiste. Ma non una sola Befana, ma migliaia e forse più. Soltanto qui in Romagna, per esempio, siamo almeno cinque: io che sto in via Aguta, una che abita al Cruser di Sant’Alberto, una a Ravenna zona Portoncino, la quarta in via Sordino a San Zaccaria e l’ultima a Cesenatico, nella piazza delle Conserve. E siamo tutte giovani e insospettabili, e non abbiamo scarpe rotte come recita quella logora e rifritta canzoncina, ma portiamo sneakers e a volte tacchi a spillo da 12 centimetri. Toglietevi poi dalla testa lo svolazzare sulla scopa e l’infilarsi a capofitto per anguste canne fumarie e strisciare in camini pieni di ciustê. Suvvia, ragionate, come potremmo con un sistema così scomodo, brigoso e arcaico compiere tutte le consegne previste nelle poche ore d’una sola notte? Un po’ come Babbo Natale, ché anche lui esiste (anzi: “loro” esistono), ma non come si crede a bighellonare per la Lapponia con slitta e renne e trillar di campanelli.

Per comprendere la complessa faccenda, sempreché possiate comprenderla, bisogna rifarsi ad alcuni capisaldi e alora dai mo: intanto il nostro nome, che in greco significa “apparizione”, la dice lunga; la nostra storia, che si perde nella notte dei tempi e ci vede, in quella famosa sera, nelle vesti di una vecchietta indicatrice della giusta via agli smarriti Re Magi; la nostra funzione, ovvero dispensar regali ai bambini buoni o far ramanzine ai bambini svarnazza. E tutti, anche se cresciuti, restano bambini. E attenzione: in romagnolo non a caso il nostro giorno è nominato la “Pascvèta”, la Pasquetta, non proprio resurrezione ma qualcosa che ci rassomiglia in scala minore. Insomma, ci siete arrivati? Siamo state prescelte a nostra insaputa, e già questo è un dono, anche se nessuno deve saperlo e certo noi mica lo diciamo.

I doni, già, come faremmo a portarne tanti? Mo perché ci pensate voi, esattamente quel che accade con Babbo Natale. Non è difficile da capire: noi siamo un tramite, come sosteneva un signore che si chiamava Gustavo Rol. Non ci occorre entrare nelle vostre case, è sufficiente leggere i pensieri di chi vorrebbe i regali e di chi si dovrebbe adoperare per farli. Noi Befane siamo come una grondaia, che raccoglie e convoglia desideri e intenzioni per l’unica via, quella maestra. Vi suggeriamo, vi indichiamo la strada, vi persuadiamo, senza che occorra parlarvi.

E perché ci date retta, donca, e finite per comprare i regali e i dolcetti attribuendone la maternità a noi? Perché appunto sì, si cresce, ma ciascuno non può dimenticare il bambino che è in lui, quel bambino che è stato e ritornerà per tutti più avanti, molto più avanti, per chiedervi conto dei vostri sogni, se li avete realizzati o traditi. E noi dobbiamo ricordarvi il vostro essere bambini e l’innocenza della vostra infanzia. Non ho scritto “bambine” poiché le donne, ricordatevelo bene, non dimenticano mai nulla, e riescono a essere insieme sia le bambine che sono state, sia le adulte che sono. Ah, scordavo: non solo noi Befane portiamo tacchi a spillo, ma vestiamo prêt-a-porter. Niente stracci.