Quando eravamo bambini il divertimento si chiamava luna park

Il luna park primaverile a Ravenna, con giostre e dolciumi, era un'attrazione per gli adolescenti, anche se spesso si limitavano a guardarne i giochi. Un'indagine nella "Casa degli Orrori" si concluse con un'espulsione e l'acquisto di un pesciolino rosso che morì presto.

Di solito verso primavera arrivava il luna park. La carovana di autoarticolati Fiat 682 e Lancia Esagamma, spesso verniciati a colori sgargianti, si snodava per le vie di Ravenna sino a giungere in quella vasta piazza di terra battuta compresa tra via Crocetta e via Aniene, dove oggi sorge la scuola primaria Giuseppe Garibaldi. Si disponevano seguendo uno schema frutto d’esperienza e, nel giro di pochi giorni, assemblavano autoscontri, tiri a segno, calcinculo, case degli orrori, case degli specchi e altri tipi di giostre. Era un luna park modesto, che confidava nel tempo clemente poiché, di contro, l’area di sedime si sarebbe trasformata in un pantanoso acquitrino. S’aggiungevano venditori di zucchero filato e dolciumi vari, baracchine dove spesso si vinceva un pesciolino rosso destinato a poca vita, l’immancabile angolo dedicato ai flipper e tutto il pittoresco contorno caratteristico dei parchi viaggianti.

Il potere di attrazione del luna park su noi adolescenti era enorme anche se spesso, per via di croniche indisponibilità economiche, ci si limitava a guardare chi poteva permettersi l’accesso ai giochi, e diventava l’alternativa alle vasche di via Diaz e via Cavour. Convenivamo a frotte in quello spiazzo dove i cavi elettrici si dipanavano a terra nel totale spregio delle più elementari norme di sicurezza, sospinti dalla monotonia di una città che nei pomeriggi poteva offrire solo le proiezioni del cinema Roma. Una volta, insieme a un carissimo amico, si pensò bene d’indagare sui misteri della cosiddetta “Casa degli Orrori”, sicché ci munimmo di una piccola torcia portatile e, credendoci assai furbi, ci inoltrammo nel buio e stretto labirinto. L’inizio fu promettente e scoprimmo le bascule a pavimento, i soffioni sul viso e altre astute e minacciose trappole.

Poi si materializzarono due mani che presero a schiaffi la nostra torcia, accompagnate da un florilegio di imprecazioni. Era probabilmente il titolare, che proteggeva i segreti effetti speciali della sua attività dalla nostra curiosità. Ci cacciò in malo modo e rimediammo il pomeriggio tentando di centrare con una pallina uno dei tanti vasi di vetro colmi d’acqua che contenevano un solitario e forse spaventato ciprinide. Il pesciolino fu vinto e consegnato in un sacchetto di plastica: come prevedibile, nonostante l’acquisto di un minuscolo acquario e di mangime specifico, la sua esistenza fu breve.