Rosario trafugato, condannata l’antiquaria

Un anno e nove mesi per la ricettazione di un oggetto d’arte e antico sottratto nel 2018 alla chiesa di Granarolo faentino

Un particolare del rosario sequestrato all'antiquaria

Un particolare del rosario sequestrato all'antiquaria

Faenza (Ravenna), 13 febbraio 2024 – Era accusata di ricettazione di un bene culturale, una preziosa corona con rosario e medaglia trafugata tra il maggio 2018 e il maggio 2019 nella chiesa di San Giovanni Evangelista, a Granarolo Faentino. Lei ha sempre rivendicato la provenienza lecita dell’oggetto, sostenendo che si trattasse di un oggetto diverso, vale a dire una corona meno preziosa, risalente sempre al 1700, ma comperata nel 1994 per 60mila lire da una signora di Solarolo.

Ma l’altro giorno il Gup, Janos Barlotti, ha valutato altrimenti, condannando a un anno e nove mesi (pena sospesa) la titolare faentina di un negozio di antiquariato, con riconoscimento della tenuità del fatto. Il suo legale, l’avvocato Laerte Cenni, consulenza alla mano, non aveva dubbi sul fatto che i due reperti fossero diversi e chiedeva per la sua assistita un non luogo a procedere.

Dopo le motivazioni della sentenza, per le quali il giudice si è preso 90 giorni, la difesa potrebbe valutare ricorso in appello.

Il procedimento si era innescato il 30 agosto 2022, quando i carabinieri avevano sequestrato il reperto: un rosario in avorio (od osso) e argento con l’effige di Papa Benedetto XIV su un lato e una Madonna in trono sull’altro. Era stata la stessa antiquaria, su richiesta dei militari, a esibire l’articolo poi sequestrato e trasferito negli uffici del nucleo Patrimonio Culturale. Il confronto fatto dagli inquirenti tra quel rosario e le immagini in banca dati dei beni trafugati, a loro modo di vedere non lasciava spazio a perplessità: "Inequivocabile corrispondenza di alcuni particolari: si tratta dello stesso oggetto".

Eventualità, questa, che un consulente esperto in beni culturali incaricato dalla difesa era poi arrivato a escludere. Anzitutto a partire da alcuni dettagli, come l’usura del colletto o il materiale di realizzazione. Senza considerare che all’epoca era prassi realizzare copie del medesimo bene su commissione di parrocchie o nobili locali: di solito con materiale e finiture di minore pregio. Ma, soprattutto, secondo le indagini difensive il rosario trafugato in chiesa era composto di grani d’avorio, mentre quello in vendita nel negozio era fatto con grani d’osso.

Secondo la negoziante – che aveva ereditat l’attività dalla famiglia –, inoltre, il suo rosario era in negozio da decenni e veniva offerto a 250 euro (in passato a 450 mila lire) proprio perché in osso e non in avorio. Era stato inoltre chiesto al sacerdote di andare a vedere l’oggetto con l’ausilio di un esperto di settore, ma le autorità religiose avrebbero declinato l’invito, sostenendo di non avere avuto l’autorizzazione della Soprintendenza.

La signora che nel lontano 1994 l’avrebbe ceduto al negozio di antiquariato, invece, è nel frattempo deceduta.