Negozi sfitti diventano progetto artistico. “Così mostro come siamo cambiati”

Il fotografo Gianni Marconi: "Oggi c’è un’osmosi inversa. Il degrado dalle periferie arriva in centro"

Negozi sfitti diventano un progetto artistico
Negozi sfitti diventano un progetto artistico

Reggio Emilia, 4 febbraio 2024 – Per capire le modificazioni in atto, strutturali, sociali, estetiche impresse nel volto di una città come Reggio occorre una visione. Una visione d’insieme, che catturi lo spirito del tempo senza limitarsi a quello, ma provando ad analizzare le cause di un fenomeno, locale, ora epocale.

Con queste premesse nasce ‘Gli sfitti’, progetto fotografico con catalogo sui negozi sfitti dell’esagono e la sua gente, di cui è autore Gianni Marconi. Centosessanta passanti catturati dall’obbiettivo di Marconi davanti ad altrettante vetrine, coinvolti in una mostra di prossima apertura che sarà sì un modo per intervenire nel dibattito cittadino attorno al problema del commercio, ma soprattutto aprirà a una ricchezza di modi di leggere e intendere il fenomeno, in tutta la sua portata.

"I reggiani oggi sono diventati cittadini di un mondo globalizzato – spiega Marconi – La città, come il teatro di una rappresentazione, sta cambiando i suoi attori. Pensiamo a Stanislao Farri, che fece bellissimi libri sul centro storico, e adesso al volume ‘Quattro passi per Reggio’, che ho curato io per Massimo Mussini. E’ un tema talmente vasto, che coinvolge arte e fotografia".

L’autore ha terminato da poco il lavoro durato quasi un anno per la pubblicazione del libro del professor Mussini, curando l’organizzazione, l’impaginazione e l’esecuzione di numerose fotografie pubblicate. Nell’opera si richiama spesso la funzione di una città in continuo cambiamento, capace di innestare elementi nuovi nei tessuti vecchi, per divenire al contempo patrimonio storico e parte attiva alla vita quotidiana dei reggiani.

Discorso ripreso in questo nuovo lavoro di Marconi, dove le fotografie delle vetrine e dei ‘modelli’ in posa, lì davanti, sono indicatori di una nuova trasformazione in atto. "Il libro degli anni ‘90 di Stanislao Farri a cui mi riferisco, su piazza Piccola, con foto che partivano dagli anni ‘60, tracciava un’allegoria della città con il teatro, ove il fondale scenografico è costituito dagli edifici della piazza e gli attori sono le generazioni di reggiani che si succedono, abbigliati all’uso della loro epoca ma pur sempre intenti nella medesima attività di frequentazione del mercato cittadino, per fare acquisti. - analizza Marconi -. Questa funzione storica del centro cittadino perpetrata dalla nascita di Reggio (che più di castro, fu foro di commercio fra Parma e Modena) per due millenni, è in questi pochi anni andata fortemente in crisi, come testimonia lo spostamento di molti motivi di interesse verso la periferia, verso i numerosi centri commerciali che sorgono alle porte della città, facilitati da comodi e gratuiti accessi con mezzi privati".

Il fotografo osserva un rovesciamento negli stili di vita e nella mentalità della popolazione, che ha estinto una connotazione unica della reggianità, a favore di multiformi etnie e individualità, più conformi a modelli globali, e fra essi l’e-commerce. Con quali risultati ? Osserva Marconi, "Oggi assistiamo a un fenomeno di osmosi inversa, dove il degrado, che è sempre stato un connotato delle periferie, è arrivato nel pieno centro, dove possiamo trovare a fianco di negozi di pregio gli occhi spenti di vetrine vuote e spesso macilente, in una dimensione così estesa da rappresentare una esplosiva novità, un’epidemia senza vaccini, una svolta epocale".

Non spetta all’autore cercare responsabilità o indicare soluzioni, a lui spetta rappresentare l’evento nella sua novità e nelle sue proporzioni, facendo emergere attraverso il fermo immagine del nostro tempo i segnali inquietanti dell’abbandono, e la trasformazione dei cittadini reggiani in abitanti di un mondo globale.

In che modo? Prosegue il fotografo: "Il linguaggio tecnico usato si basa sull’impatto visivo dato dalla calca delle immagini dei negozi chiusi, sull’accostamento incongruo di persone che portano addosso la moda e vetrine che l’hanno persa, sulla rappresentazione del fenomeno, piuttosto che sulla pittorialità della singola immagine".

Le vetrine sono tutte rigorosamente rappresentate con una ripresa frontale, che evita linee prospettiche, utile a evocare il fondale del teatro sul cui palcoscenico gli attori, prestati fra i passanti, si autorappresentano, consapevoli di essere ritratti per una mostra sulle vetrine sfitte, ovvero per una documentazione antropologica.