MANUEL SPADAZZI
Cronaca

Addio Titta, l’ultimo Amarcord. Quando disse: "La mia vita stravolta. Io e Fellini? Due gran bugiardi"

Si è spento Bruno Zanin, uno degli attori principali della mitica pellicola: "Fui preso per caso". Viveva da anni eremita fra i boschi. Lasciò cinema e teatro, fece anche l’inviato di guerra.

Fellini lo adorò fin dal primo momento in cui posò gli occhi su di lui. Forse perché "tra noi bugiardi ci si riconosce al primo sguardo", diceva Bruno Zanin, l’indimenticabile Titta di Amarcord. Attore (per caso) grazie a Federico Fellini, ma poi anche scrittore, giornalista, attivista umanitario. Una vita intensa e travagliata quella di Zanin, morto domenica a 73 anni a Domodossola. Per tutti Bruno sarà sempre Titta, il protagonista del film più riminese di Fellini. L’opera che gli valse il suo quarto Oscar, come migliore pellicola straniera.

Di quel cast meraviglioso di cui il Maestro si circondò sul set di Amarcord, Bruno era uno degli ultimi sopravvissuti. Ma parlare con lui di Fellini e del film che lo ha consacrato, ogni volta era come riaprire una ferita mai chiusa. Perché "Federico – ripeteva spesso Zanin – mi ha stravolto la la vita, nel bene e nel male. E recitare in Amarcord è stata la mia maledizione". Zanin non sopportava l’idea che tutti si ricordassero di lui soltanto per quella parte, nonostante avesse fatto tanti altri film dopo il successo ottenuto con Amarcord, e avesse recitato a teatro con Giorgio Strehler, Luca Ronconi e altri grandi registi. Anche per questo aveva deciso – nel 1992 – di abbandonare il mondo dello spettacolo e fare altro. Per tre anni è stato inviato di guerra dalla Bosnia-Erzegovina collaborando con Radio Vaticana. E nello stesso periodo è stato anche un attivista umanitario per una ong. Scrittore, nel 2007 aveva pubblicato il romanzo autobiografico Nessuno dovrà saperlo, in cui raccontava degli abusi subiti da un prete quando frequentò da ragazzino un collegio.

La sua vita è stata un romanzo. Così come sembrava uscito da una favola il suo primo incontro con Fellini, nel 1973, quando Zanin (nato a Vigonovo, provincia di Venezia) era poco più che un ragazzo, già segnato profondamente dalla vita: gli abusi al collegio, un tentativo di suicidio, un arresto e l’esperienza del carcere. "Ero andato a Roma, senza una lira in tasca, per riavere i soldi che avevo prestato a una donna. Ma lei non li aveva, e così in cambio mi ospitò per qualche giorno a casa sua". In quei giorni "uno dei figli della donna doveva andare a Cinecittà per partecipare come comparsa a un film western, e lei mi chiese di accompagnarlo". I due ragazzi si presentarono a Cinecittà, ma Bruno presto mollò l’amico. "Girovagando negli studi, mi intrufolai ai provini per Amarcord. Fellini mi notò e affidò subito la parte". In realtà Zanin, nel corso degli anni, raccontò varie versioni di quell’incontro che "mi cambiò la vita". Ma la verità contava poco. In fondo, "io e Fellini ci siamo piaciuti subito perché eravamo entrambi due grandi bugiardi". Quel giorno ai provini Zanin inizialmente mentì sulla sua vera età e su altri ’dettagli’.

La storia ha fatto il resto. Zanin debuttò al cinema e proprio grazie al successo di Amarcord ottenne molti altri ruoli nel cinema, in televisione, e lavorò a teatro con Ronconi e Strehler. Ma il mondo dello spettacolo l’ha deluso poi a tal punto da spingerlo a mollare le scene. "Si ricordano di me solo per Amarcord, ma io fatto anche tanto altro", si lamentava nelle interviste. Sul set del film aveva conosciuto il vero ’Titta’, l’avvocato Luigi Benzi, l’amico fraterno di Fellini. "Era completamente diverso da me. Un uomo schivo e molto discreto. E quando veniva sul set, Federico con lui era sempre timido e pudico. Come se si vergognasse di fare vedere al vecchio amico di infanzia in quale manicomio era finito".

Negli ultimi anni Zanin, che da un decennio si era ritirato a vivere tra i boschi, in una baita a Vanzone con San Carlo (ai piedi del monte Rosa), era venuto diverse volte a Rimini. Lo invitavano sempre a presentare Amarcord e a parlare di Fellini. "Ma se vengo mi pagate, vero?", era la sua prima domanda. Non perché fosse un tipo venale, Zanin, ma perché era convinto che il luccicante mondo dello spettacolo gli avesse dato molto meno di quel che avrebbe meritato. Alla fine, quelle volte in cui cedeva agli inviti, si ritrovava a passeggiare da solo per le strade di Rimini cercando di ritrovare i luoghi cari a Fellini. In fondo, gli doveva tutto. Ma quella popolarità conquistata con Amarcord è stata per lui un peso, un boomerang.

"Quella di Bruno Zanin – lo ricorda il Comune di Rimini – è la storia di come un attore scelto per caso, dopo un provino improvvisato e fortuito, finisce per diventare il protagonista di un film capolavoro, premio Oscar, che ha segnato la cinematografia mondiale. La storia di un uomo con una difficile infanzia alle spalle, uno spirito ribelle e una vita tumultuosa, che in quell’esperienza con Fellini trova la svolta della vita, finendo per essere poi legato indissolubilmente a un personaggio che col passare degli anni era diventata una gabbia. Una gabbia da cui ha tentato di fuggire, pur non dimenticando la gratitudine verso Fellini. Ciao Bruno, non ti dimenticheremo".