Sotto le bombe di Gaza. Il dottore riminese in missione: "Non riusciamo più a capire chi è vivo e chi è morto"

Roberto Scaini da due settimane si trova in Palestina con ’Medici senza frontiere’ "Qui manca tutto, dai farmaci agli anestetici. Curiamo i pazienti per terra".

Sotto le bombe di Gaza. Il dottore riminese in missione: "Non riusciamo più a capire chi è vivo e chi è morto"

Sotto le bombe di Gaza. Il dottore riminese in missione: "Non riusciamo più a capire chi è vivo e chi è morto"

Nell’inferno della Striscia di Gaza. Dove "ormai è difficile capire chi è ancora vivo e chi è morto". La drammatica testimonianza è di Roberto Scaini, 51 anni. Medico di base a Misano, Scaini da molti anni è impegnato nelle missioni dell’associazione internazionale ‘Medici senza frontiere’ nei Paesi funestati da guerre ed epidemie.

Da quanto tempo è in missione nella Striscia di Gaza?

"Da un paio di settimane. In questo momento sono insieme ad altri quattro colleghi, tra cui alcuni arrivati dal Belgio, nella città di Deir el Balah. Stiamo lavorando nell’ospedale Al-Aqsa".

Sabato è stato pubblicato da ‘Medici senza frontiere’ un video in cui lei fa un racconto terrificante di quanto sta accadendo in questi giorni.

"Perché è giusto che il mondo sappia. La situazione, anche dove ci troviamo noi, è ormai al collasso. All’interno dell’ospedale ci sono centinaia di pazienti in ogni angolo: per terra, sulle scale, nei corridoi. È difficile addirittura capire chi ancora è vivo e chi è morto... Insieme ai feriti, nell’ospedale vivono centinaia di persone che qui hanno cercato un rifugio. Un rifugio che non c’è, perché tutti sappiamo benissimo che qualsiasi struttura è un bersaglio. Anche gli ospedali sono stati attaccati, e alcuni sono stati letteralmente rasi al suolo".

Anche quello dove vi trovate voi in questo momento, ha subito attacchi?

"Sì, ce n’è stato proprio qui vicino anche in questi giorni. Viviamo e lavoriamo sotto le bombe. L’altra notte i vetri dell’abitazione che ci hanno dato, che si trova proprio vicino all’ospedale, hanno tremato ininterrottamente per i continui bombardamenti. Domenica un caccia israeliano ha sorvolato a lungo la nostra zona: si vedeva a vista d’occhio".

Com’è la situazione negli ospedali?

"Manca tutto: le garze, i farmaci, gli anestetici. I pazienti vengono trattati e curati a terra. Il pronto soccorso è diventato un posto indescrivibile dove i corpi sono ovunque... Solo nell’ultima settimana qui ad Al-Aqsa abbiamo avuto 250 feriti e oltre 170 morti. Nella sala che è stata adibita a camera mortuaria arrivano brandelli di corpi di intere famiglie tenute nei sacchi. Ma qui non ci sono solo brandelli di corpi: ci sono gli ultimi brandelli della speranza, gli ultimi brandelli della dignità e dell’umanità. Una situazione devastante, e lo sarà ancora di più se Israele attaccherà via terra".

Come sta reagendo la popolazione?

"Tutti si sentono come topi in trappola. Non possono ripararsi dagli attacchi, perché non esistono luoghi sicuri. Non possono scappare, perché i soldati dell’esercito israeliano lo impediscono. In questo momento ci sono oltre un milione di persone bloccate al valico di Rafah".

Teme anche per la sua vita e per quella dei suoi colleghi?

"Nessuno può dirsi al riparo, in questo momento. E noi viviamo come tutti gli altri, giorno per giorno, cercando di fare il massimo per curare i feriti. Nel frattempo la gente continua a morire. Per gli attacchi, ma anche per la fame. Mancano cibo e acqua. Vedo bambini girare per le strade e rovistare tra i rifiuti, in cerca di qualcosa da mangiare. È davvero straziante".

Lei era già stato in numerose missioni di ‘Medici senza frontiere’, nei Paesi devastati dalla guerra. Considera questa la sua missione più pericolosa?

"Da quando faccio parte di ‘Medici senza frontiere’ ho partecipato a una trentina di missioni, di cui circa la metà nelle zone di guerra, ma non avevo mai visto prima una situazione così terribile. Quando mi hanno proposto di partire per la Striscia di Gaza, ero tornato in Italia da soli cinque giorni da un’altra missione, durata tre mesi e mezzo, in Sud Sudan. Ero consapevole dei rischi che avrei corso, ma ho accettato comunque di partire sapendo a che cosa andavo incontro. Ma la realtà che sto toccando con mano è ancora più tragica di quello che avevo immaginato .

La sua famiglia come l’ha presa, quando ha deciso di andare nella striscia di Gaza?

"Mia figlia, che ha 20 anni, naturalmente è molto preoccupata. Ogni volta che riusciamo a sentirci cerco di tranquillizzarla".

Quando è previsto il suo rientro?

"Dovrei ripartire per l’Italia il 16 aprile, ma per ora non ci penso. Non sappiamo cosa ci attende, soprattutto nel caso in cui Israele dovesse lanciare l’attacco via terra".