Chiara Barin
Economia

Troppi costi, a rischio gli orti di Lusia

L’allarme lanciato dai coltivatori: "La grande distribuzione ci ammazza. Fatichiamo a reggere una concorrenza spietata"

Serre vuote a Lusia, ma dovrebbero essere piene in questa stagione (Donzelli)

Serre vuote a Lusia, ma dovrebbero essere piene in questa stagione (Donzelli)

Rovigo, 19 agosto 2016 - Mentre l’Africa comincia a sperare di potersi liberare dal male del latifondismo e dell’accaparramento delle terre, l’Europa e soprattutto l’Italia ci stanno sprofondando con entrambi i piedi.

Distratti dalla grande crisi globale, rischiamo di non accorgerci che anche da noi ettari di terreni finiscono nelle mani di pochi. Che privilegiano biomasse o investimenti nelle energie rinnovabili. A pagare la “vecchia” agricoltura e la nostra sostenibilità alimentare. In Italia oltre 700.000 piccole aziende sono sparite nell’arco di un decennio e il 30% dei terreni fertili è in mano all’1% delle aziende.

«Fino a 4 anni fa facevo 5 milioni di piante di lattuga per 7 raccolti l’anno, da maggio a novembre. Un milione e mezzo di sedano e 5 ettari di carote. Su 15 ettari di terreno davo da lavorare a 20 persone, più 5 persone della mia famiglia. Oggi di lattuga facciamo 1,8 milioni di piante. E ho 15 persone che lavorano. Una volta si vendeva tutto. Adesso no. Sto per fresare la verza. Ho appena buttato via 70mila piante di sedano».

Luigi Capato, 70 anni, di Cavazzana, ha la propria azienda in via Garzare, il cuore storico dell’reparto orticolo polesano. Un posto dove fino a 10 anni fa la terra valeva oro. «Adesso lavoriamo 7 giorni su 7, una volta il sabato e la domenica facevamo festa - racconta -. I giovani che scelgono questo lavoro non hanno vita sociale. Fanno fatica a farsi una famiglia».

Perché questa situazione?

«La grande distribuzione compra tra i 25 e i 70 centesimi al chilo. In Lire vendevamo a prezzi più alti e spendevamo quattro volte di meno di concimi e antiparassitari. Tutti i costi sono aumentati. Non ci sono più margini».

Perché questo crollo?

«In Marocco e nell’Est Europa la manodopera cosa molto meno. E poi noi abbiamo una disciplinare sui prodotti chimici molto più stringente. All’estero usano prodotti che da noi sono vietati da 20 anni. La globalizzazione va bene se tutti sottostanno alle stesse regole. Altrimenti è sbagliata e ci penalizza. La tracciabilità non la vogliono in Europa, sulle etichette andrebbe scritto tutto dei prodotti, a partire da dove sono stati raccolti».

Una volta qui attorno c’erano solo orti, ora ci sono campi incolti, mais e soia, perché?

«Fino a 7 anni fa qui a Garzare eravamo circa 25 aziende. Siamo rimasti in 4. Qui dietro di noi un’azienda modello con 30 dipendenti e 25 ettari è fallita. I più piccoli hanno chiuso. Non conviene più».

Voi perché resistete?

«Vendiamo direttamente alla grande distribuzione e ai mercati di Lusia, Firenze, Padova e Verona. Ma l’insalata per produrla spendiamo 80 centesimi al chilo e la vendiamo a 70. Dobbiamo farlo per restare nel giro. Sopravviviamo».

Al mercato di Lusia come va?

«Nove anni fa vendevamo 3.500 colli (cassette), adesso 130. Il Consorzio Igp (indicazione geografica tipica) ha funzionato poco. Quest’anno neanche una cassetta venduta. Nessuno compra lo stesso prodotto, solo un po’ più bello, a prezzo più che doppio».