Antonio Manzini: “Bologna perfetta e inquietante”

L’ultimo libro è ambientato nella nostra città: “A me questa città fa paura: le luci basse, i portici, i passi nella notte”

Antonio Manzini: "Bologna perfetta e inquietante"

Antonio Manzini: "Bologna perfetta e inquietante"

Che effetto fa stare lassù in cima alle classifiche? Qual è il segreto del successo per un romanziere? Antonio Manzini risponde schietto: "Non esiste meccanismo che garantisca un buon esito e comunque più risultati ottieni più crescono ansia e tensioni. Un mio amico dice che, se continui ad andare in alto, ti si vedono con maggiore facilità le mutande".

Dunque, il segreto non c’è ma il suo ultimo libro, ‘Tutti particolari in cronaca’ uscito nella collana dei gialli Mondadori, sta ottenendo ancora una volta lusinghieri consensi: viene presentato martedì 13 alle 18 in Salaborsa e con l’autore dialoga Helmut Failoni.

Bologna, 2018. Carlo Cappai lavora nell’archivio del tribunale fra scatole, faldoni e forse fantasmi che raccontano i casi in cui i giudici hanno fallito e i colpevoli sono stati assolti. Walter Andretti è un giornalista piovuto suo malgrado nella nera, chiamato a raccontare un duplice omicidio. È da questo incontro che emerge un filo robusto capace di legare l’attualità con un antico delitto avvenuto durante la rivolta del ’77: la vittima si chiamava Giada, aveva 16 anni ed era l’unica amica di Cappai. Manzini la fa morire il 12 maggio, lo stesso giorno in cui a Roma spararono davvero a Giorgiana Masi. Casualità? Lui giura di sì. "A casa avevamo un poster con la foto, sarò rimasto suggestionato", spiega.

Manzini, perché ha deciso di ambientare la vicenda a Bologna e perché cita il nome della città soltanto alla fine del libro?

"Non amo offrire una geografia precisa dei luoghi e mi piace che il lettore la scopra insieme ai personaggi. Personaggi che, allo stesso modo, non racconto in maniera dettagliata perché ognuno se li deve immaginare come vuole. Ho pensato che Bologna, con quel che ha sopportato, fosse la città perfetta per accogliere questa vicenda. A me la città fa paura: le luci basse, i portici, i passi nella notte... È inquietante".

Nel ’77 aveva 13 anni e viveva a Roma. Come ha ricostruito quel clima?

"Mi piaceva descrivere il passato di un uomo cresciuto in quella atmosfera senza nostalgie. Si tratta di storie che ho vissuto di riflesso grazie a una sorella più grande di me. È un romanzo a cui ho cominciato a pensare durante la pandemia, che ho lasciato e poi ripreso".

Ci sono regole precise per scrivere un giallo Mondadori?

"Se ci sono non le conosco. Semplicemente avevo una bella storia che mi faceva piacere pubblicare in una collana storica come questa. È un giallo per così dire sospeso, in cui non tutto è chiaro. Nel frattempo sto lavorando al nuovo libro su Rocco Schiavone e presto cominceranno le riprese della sesta stagione della serie".

Il vicequestore interpretato da Marco Giallini piace così tanto perché è un poliziotto fuori dalla norma?

"Non so, può darsi. Di certo piace molto anche all’estero, dalla Germania all’Argentina. È presente in dodici Paesi. La nuova serie sarà composta da quattro puntate tratte dai miei romanzi ‘Le ossa parlano’ e ‘Riusciranno i nostri eroi..’ a cui verranno aggiunti due racconti".

Perché il giallo resta sempre il genere preferito dai lettori?

"È una fetta di mercato che va bene in tutto il mondo, a partire dai Paesi anglosassoni, ma non è la sola. Penso ai romanzi di formazione, al memoir, alle epiche familiari. Insomma, non vedo il boom. È vero, però, che gli editori pubblicano molti libri di questo genere e che con questa scelta devono fare i conti. Comunque, non basta un morto per fare di un libro un giallo".

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