Sequestrato e pestato per 16 ore: "Volevano soffocarmi con un cavo. Sono svenuto dal dolore"

Il drammatico racconto del 33enne prigioniero della banda, tre albanesi residenti nel bolognese e un anconetano. Trovate dai carabinieri le tracce delle sevizie

Bologna, 24 marzo 2024 – In questa assurda e drammatica vicenda il ruolo fondamentale pare essere quello del 26enne Klejdo: proprio lui, infatti, ospitava a Borgo Panigale l’amico che, però, ha poi sequestrato, portandolo via dalla sua stessa abitazione, con i complici connazionali Lorenc, Dardi e l’anconetano Arber.

Vestiti di nero, con cappellini da tennis e mascherine chirurgiche i rapitori sarebbero arrivati poco dopo la mezzanotte.

Il casolare di Savigno in cui l’albanese di 33 anni sarebbe stato tenuto prigioniero e pestato selvaggiamente dai quattro arrestati
Il casolare di Savigno in cui l’albanese di 33 anni sarebbe stato tenuto prigioniero e pestato selvaggiamente dai quattro arrestati

Il racconto choc della vittima

"‘Vogliamo 60mila euro da tuo cugino’ urlavano. Mi hanno minacciato con una pistola, mi hanno legato le mani con fascette di plastica e mi hanno fatto salire in auto – ha raccontato nello scorso ottobre il 33enne ai carabinieri, dopo aver più volte, nel tempo, cambiato la sua versione forse per timore di ritorsioni –. Dapprima mi hanno lasciato per ore in un garage, con Lorenc, mentre cercavano mio cugino. Me lo ricordavo quel posto. C’ero già stato anni prima sempre con un gruppo di amici in comune".

Il commando è poi tornato nel box dove il 33enne era già in ostaggio da mezza giornata e, a bordo delle stesse macchine, si è diretto verso la Valsamoggia. "Continuavano a urlare che mio cugino aveva un conto in sospeso con loro e che io dovevo dirgli dove trovarlo. Siamo andati in una casa abbandonata. Mi hanno legato a una sedia e mi hanno iniziato a colpire con calci, pugni e pure un bastone di legno. Poi hanno provato a soffocarmi con un cavo. Sono svenuto dal dolore e da lì in poi non ricordo più nulla di quello che è successo". Quanto trovato dalle forze dell’ordine nel casolare di Savigno ha permesso di confermare la storia: la sedia di legno a cui il 33enne era stato legato per le mani e per i piedi, svariati cavi elettrici, residui di cibo e mozziconi, guanti di lattice, un laccio da scarpe e persino le calzature indossate dal commando e riconosciute dalla vittima.

La conferenza stampa dei carabinieri
La conferenza stampa dei carabinieri

Le indagini

Le indagini dei militari del Nucleo Investigativo si sono, dunque, concentrate in particolar modo sulle targhe dei mezzi usati dai rapitori per risalire al percorso fatto. Cruciale la testimonianza di un quinto individuo, che al momento non è indagato: si tratta dell’uomo che avrebbe convinto la vittima ad aprire la porta di casa e che, contestualmente, stando alle indagini, avrebbe sia avvisato il cugino ‘ricercato’ che il 33enne era in mano al commando di albanesi, sia ritrovato, pare non per un caso fortuito, l’uomo a bordo strada dopo ore di sevizie. Questo doppio ruolo, però, al quinto uomo è costato caro: "Anche lui è stato picchiato. Gli continuavano a ripetere che aveva detto una bugia", ha raccontato il 33enne.

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