Senza dubbio, questo dei migranti è un déjà vu nella storia del mondo: ma le esperienze accumulate nel passato servono poco per due motivi. Primo, può anche esser vero che la storia, nelle sue grandi linee, si ripete: ma sempre con un certo numero di variabili, che sono regolarmente di più e di maggior peso delle costanti. Secondo, l’emergenza dinanzi alla quale ci troviamo è complicata dal rischio di possibili terroristi infiltrati tra i poveracci in cerca di asilo.

Ma il problema più grave è il corto circuito tra le varie forme di crisi a causa delle quali la gente fugge dal Vicino Oriente e dall’Africa (le guerre, le violenze, le persecuzioni eccetera: ma insomma e in ultima analisi sempre l’insicurezza, la fame e la miseria) e una complessa crisi con la quale senza nemmeno poterlo immaginare i migranti che arrivano sui barconi s’imbattono. E’ la nostra: loro ci credono i felici abitanti del paese di Bengodi e invece si trovano in un paese inquieto, dove non c’è lavoro (e che in parte non ci sia perché gli italiani si rifiutano di accettarlo al di sotto di un certo livello non cambia nulla) e dove la gente è preoccupata e prevenuta. L’incomprensione reciproca, in questo caso, è una circostanza aggravante.

SI FA PRESTO a dir pregiudizio e a predicare che lo si dovrebbe superare. La diffidenza per il ”diverso”, specie quando lo si avverte come potenzialmente minaccioso, è difficile da combattere anche perché non è razionale. Piantiamola col terrorismo lessicale, finiamola di definire tutto ciò “razzismo” o “xenofobia”. Così non si fa che peggiorare le cose. Il fatto è che il nucleo profondo della diffidenza, o anche della paura (e, badate, si tratta di sentimenti reciproci) è basato sul fatto che i timori sono generici. Il “diverso” ci spaventa o ci allarma per quel certo non-so-che dal quale è circondato: il colore della pelle, gli odori, il tono della voce. Per tutto ciò esiste solo un antidoto: la conoscenza reciproca.

Integrazione dovrebbe significare da subito due cose (per organizzare e finanziare le quali la collaborazione fra istituti pubblici e volontari delle vari organizzazioni caritative o ONG sarebbe possibile): primi elementi di lingua italiana obbligatori per tutti e istruzione primaria secondo un programma d’emergenza per i ragazzi al di sopra dei sei anni. E non sopravvalutiamo le differenze religiose, piantiamola con l’immagine del musulmano fanatico che viene qui per conquistarci e della “civiltà cristiana” che dobbiamo difendere. Il cristianesimo, parecchi di noi se lo sono scordato per strada da tempo; e il recuperarlo sul serio sarebbe una bella occasione identitaria (altro che pretendere le croci nei locali pubblici per far rabbia ai fedeli di Allah...). E l’Islam, per molti di quelli che arrivano qua dall’Asia o dall’Africa, al loro paese non era altro che qualche formula imparata a memoria. Ricordiamo bene che c’è un solo modo per non essere espropriati delle proprie tradizioni: reimparare a conoscerle sul serio e alla luce di esse apprezzare anche quelle altrui. L’odio per la cultura altrui è un segno certo d’insicuro possesso della propria. La conoscenza genera curiosità, comprensione, simpatia, amicizia e sicurezza.

Le migrazioni sono un segno del nostro tempo e una delle sfide che esso c’impone. La politica dello struzzo non serve, l’odio genera solo altro odio, il cedimento incoraggia solo i peggiori istinti altrui. Restare disposti all’accoglienza e all’aiuto e al tempo essere ben fermi nel farci rispettare e nell’imporre delle regole. Questo serve. Il resto, il buonismo indiscriminato e i sogni di crociata, è solo spazzatura.

di Franco Cardini