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2 giu 2022

"Si devono incentivare ora i piccoli coltivatori"

Mattia Incerti, 27 anni, gestisce con la madre un’azienda agricola a Premilcuore "Al di là dell’emergenza, si deve dare vita a un mercato interno più solido"

2 giu 2022
maddalena de franchis
Cronaca
Mattia Incerti davanti a una sua coltivazione biologica di grano nell’azienda di famiglia ‘L’antico frutto’
Mattia Incerti davanti a una sua coltivazione biologica di grano nell’azienda di famiglia ‘L’antico frutto’
Mattia Incerti davanti a una sua coltivazione biologica di grano nell’azienda di famiglia ‘L’antico frutto’
Mattia Incerti davanti a una sua coltivazione biologica di grano nell’azienda di famiglia ‘L’antico frutto’
Mattia Incerti davanti a una sua coltivazione biologica di grano nell’azienda di famiglia ‘L’antico frutto’
Mattia Incerti davanti a una sua coltivazione biologica di grano nell’azienda di famiglia ‘L’antico frutto’

di Maddalena De Franchis

Sulle colline di Premilcuore, a pochi passi dalle Foreste casentinesi, c’è un’azienda agricola (con agriturismo) che prende lo spunto per il suo nome dai tanti alberi di frutti dimenticati che qui dimorano da decenni. Alla guida de ‘L’antico frutto’ – questo il nome dell’attività – c’è oggi il 27enne Mattia Incerti, che la porta avanti con la madre Maria Antonietta, mentre lo zio Luigi si occupa della trattoria adiacente, avviata dai nonni ormai cinquant’anni fa. Tutto, qui, parla di tradizione, cura, rispetto rigoroso della natura e dei suoi ritmi: è con questo spirito che Mattia si dedica alla coltivazione biologica di grano e foraggio e a un piccolo allevamento di vacche di razza ‘Limousine’.

Incerti, com’è nata la decisione di prendere in mano l’azienda di famiglia? Si tratta di una scelta impopolare tra i suoi coetanei.

"Sono entrato in azienda nel 2017, ma fin da piccolo ho sempre dato una mano. Ora sono le mie due sorelle minori a fare lo stesso: una aiuta mio zio in trattoria e l’altra, la più piccola, mi dà una mano nei campi. È ancora una ragazzina, frequenta le superiori, ma la vedo molto portata per questa vita".

Anche in quest’oasi di tranquillità giungono gli echi della crisi alimentare che sta sconvolgendo il mondo. Quali possono essere le soluzioni?

"Si dovrebbero incentivare i piccoli produttori come noi a coltivare grano anche in zone impervie e abbandonate. Nel breve periodo, ciò basterebbe forse a tamponare l’emergenza; ma, nel lungo periodo, si darebbe vita a un mercato interno più solido, in grado di remunerare i tanti costi sostenuti da noi agricoltori. La ragione per cui in Italia, uno dei territori più vocati alla coltivazione di frumento, abbiamo progressivamente abbandonato questa coltura è proprio il basso prezzo di mercato, insufficiente pure a coprire le spese".

Che tipo di grano coltiva?

"Quest’anno ho destinato gran parte del terreno al foraggio, sia per consentire la rotazione delle colture, sia per essere il più possibile autosufficiente per l’alimentazione delle mie mucche. Ma ho riservato una piccola area al grano tenero. Il prossimo anno, invece, seminerò grano duro e vorrei avviare anche la coltivazione di grani antichi".

Malgrado il periodo assai complicato del settore, si pensa al futuro.

"Ci troviamo senza dubbio di fronte a problemi gravi e mai sperimentati prima d’ora: basti pensare alle avversità atmosferiche, agli enormi rincari di carburanti e fertilizzanti, alla mancanza d’acqua che, ormai, si fa sentire anche in Appennino. E, per non farci mancare nulla, ora dobbiamo stare attenti anche ai cinghiali, che distruggono i raccolti e minacciano le stalle".

C’è una luce in fondo al tunnel?

"Sì, sta nella maggior consapevolezza della gente. Già dopo la pandemia ci siamo resi conto di come le persone siano più attente all’origine e alla qualità dei prodotti: ci si sta pian piano allontanando da quel mito del ‘tutto e subito’ sugli scaffali del supermercato. Sarò forse troppo ottimista, ma per me queste sono le premesse di una vera e propria rivoluzione".

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