L’ex poliziotto Giordano: "Interrogai un pentito con Borsellino: due giorni dopo il giudice morì"

Ispettore della Dia a riposo, ha origini palermitane ma vive in città "Sono stato minacciato e forse organizzavano anche il mio omicidio".

L’ex poliziotto Giordano: "Interrogai un pentito con Borsellino: due giorni dopo il giudice morì"

L’ex poliziotto Giordano: "Interrogai un pentito con Borsellino: due giorni dopo il giudice morì"

Oggi, primo giorno di primavera, ricorre la Giornata nazionale della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie. Pippo Giordano, di origini palermitane ma forlivese d’adozione, è un ex ispettore della polizia sopravvissuto alla violenza di Cosa Nostra. Dismessi i panni dell’investigatore, oggi a riposo, da anni entra nelle scuole e racconta le storie degli uomini che hanno scritto col sangue la lotta alla mafia.

Giordano, qual è stato il suo primo contatto con la criminalità organizzata?

"Sono cresciuto con la mia famiglia nella borgata di Acqua dei corsari nel comune di Palermo. I miei genitori commerciavano agrumi e gestivano una piccola trattoria quindi, per motivi di lavoro, abbiamo sempre avuto a che fare con mafiosi".

Cosa l’ha persuasa a diventare un investigatore?

"Crescendo mi sono trovato a un bivio: ho dovuto scegliere se stare dalla parte della giustizia o unirmi alla criminalità organizzata. I miei genitori mi hanno trasmesso i valori dell’onestà e della legalità così decisi di intraprendere la carriera di poliziotto, arrivando a ricoprire l’incarico di ispettore della Direzione Investigativa Antimafia. Ho lavorato in molte città italiane, tra cui Forlì dove ho conosciuto mia moglie e seguito le indagini per l’assassinio del senatore Roberto Ruffilli per mano delle Brigate Rosse. Poi, grazie alle origini palermitane e alle fonti che avevo coltivato, sono stato coinvolto in alcune indagini da Falcone e Borsellino".

Negli anni ’80 e ‘90 si assiste a una vera ‘guerra di mafia’ capeggiata dal clan dei Corleonesi, cosa ricorda di quel periodo?

"Abbiamo assistito a una vera mattanza: tanti colleghi sono stati assassinati in servizio, tra questi Roberto Antiochia, Calogero Zucchetto e tra le vittime anche il magistrato Ninni Cassarà. Nessuno potrà mai scordare la strage di Capaci e di via D’Amelio dove persero la vita, a pochi mesi di distanza, i magistrati Falcone e Borsellino. Assieme a quest’ultimo, il 17 luglio 1992, ho tenuto l’interrogatorio al pentito Gaspare Mutolo. Due giorni dopo Borsellino è stato ucciso. Cosa Nostra non guardava in faccia nessuno, neanche i bambini, come nel caso del piccolo Giuseppe, figlio dell’ex mafioso Santino di Matteo, ucciso nel tentativo di impedire che il padre collaborasse. In quegli anni a Palermo era più facile morire che vivere".

La sua collaborazione ad alcune indagini per crimini di mafia ha mai messo in pericolo reale lei e la sua famiglia?

"Sono stato minacciato più volte e mia moglie era molto preoccupata per l’incolumità dei nostri figli fino a che non è stato necessario lasciare Palermo. Quando è morto il collega Beppe Montana non ho potuto assistere ai funerali perché due mafiosi, travestiti da poliziotti, si recarono nella trattoria dei miei genitori per avere informazioni su di me, probabilmente per organizzare il mio omicidio".

Com’è nata l’idea di raccontare la legalità agli studenti?

"Tutto è iniziato 16 anni fa: la nipote di alcuni amici, che all’epoca frequentava la Zangheri, parlò di me alla sua prof di storia. Sono stato invitato dall’insegnante a parlare di legalità e da lì non mi sono più fermato. In questi anni ho incontrato circa 50mila di studenti".

Qual è il messaggio che desidera trasmettere ai giovani?

"Il rispetto: per la vita umana, il pensiero altrui e le leggi. Vorrei che attraverso l’impegno e il lavoro i ragazzi raggiungessero i loro sogni senza scorciatoie, perché le strade tortuose portano sempre a mete preziose".