Ricercatori ’spaziali’. Perdita di densità ossea: studio sugli astronauti

Una caratteristica li accomuna, dopo alcuni mesi di missione, alle persone affette da neoplasie: la comunità scientifica al lavoro per aiutarli entrambi.

Ricercatori ’spaziali’. Perdita di densità ossea: studio sugli astronauti

Il team di ricerca al lavoro sulla fragilità scheletrica, sia essa dovuta a missioni spaziali o a metastasi: da sinistra Chiara Liverani, Sofia Gabellone, Paola Burioli e Anna Sarnelli.

L’aerospazio è anche un banco di prova per lo studio delle metastasi ossee. Esiste, infatti, un problema molto serio che accomuna gli astronauti impegnati in missioni spaziali e le persone colpite da queste neoplasie: la perdita di densità ossea. Una condizione che ha spinto ricercatrici e ricercatori dell’ Irst ‘Dino Amadori’ Irccs di Meldola, in particolare della Unit di Preclinic and Osteoncology del Laboratorio di Bioscienze (dottoresse Chiara Liverani e Sofia Gabellone) e della Struttura di Fisica Sanitaria (dottoressa Anna Sarnelli), ad aderire, quali consulenti scientifiche, al consorzio pubblico-privato che ha preso parte alla recente missione spaziale Ax-3, coordinato da Dallara, tra le più importanti realtà al mondo specializzate in progettazione, sviluppo e produzione di vetture da competizione ad alte prestazioni. Una partecipazione resa possibile grazie al supporto offerto dalla Regione Emilia-Romagna.

"La perdita di volume osseo che colpisce gli astronauti in missione nello spazio – spiega Chiara Liverani – rappresenta una sfida per la comunità scientifica più direttamente impegnata sulla frontiera aerospaziale: esistono studi che dimostrano una perdita dall’1 al 2% per ogni mese trascorso nello spazio con ripercussioni in termini di fragilità scheletrica. Per questo la comprensione di tali meccanismi a livello biologico e molecolare potrebbe avere importanti ricadute non solo per la salute degli astronauti ma anche per il trattamento delle metastasi ossee". Il progetto Irst mira ad incrementare le conoscenze sul comportamento del tessuto osseo in ambienti ostili, sfruttando lo sviluppo di biomateriali polimerici in grado di mimare l’osso umano. Un campo di studio in cui Irst è pioniere.

"Abbiamo un doppio scopo – aggiunge Sofia Gabellone –: ricreare in vitro il processo di perdita ossea dovuto a fenomeni radioattivi e micro gravitazionali diversi da quelli terrestri. La comprensione di come l’ambiente spaziale influisca su strutture biologiche semplici e lo studio di materiali alternativi per la modulazione del microambiente tissutale, non solo può contribuire a rendere le future esplorazioni più sicure per gli astronauti, ma può acquisire rilievo anche nel campo della ricerca traslazionale oncologica per lo sviluppo di nuove tecnologie per la terapia contro il cancro e la radioprotezione".

"Poter prendere parte ad iniziative di questo tipo – conclude Paola Burioli, Open Innovation e Technology Transfer Manager Irst –, riflette il bisogno di stringere nuove alleanze tra pubblico e privato. La missione istituzionale dello scorso anno svolta insieme alla delegazione della Regione Emilia-Romagna a Houston, cuore dell’industria aerospaziale mondiale e della ricerca nelle Scienze della Vita, ha consentito di gettare le basi di questa collaborazione che farà da apripista".

L’obiettivo futuro sarà quello di inviare nello spazio i materiali tessuto-mimetici sviluppati da Irst per poi studiare al loro rientro le eventuali modifiche indotte dalle condizioni di microgravità sulle proprietà fisico-chimiche degli stessi.

Oscar Bandini