Scarpe, guanti e due misteri: sangue e Dna: "Macchie incompatibili con l’assassinio"

In aula i consulenti della difesa: "Non sono presenti tracce genetiche dell’imputato e le rilevanze ematiche sono incongruenti"

Scarpe, guanti e due misteri: sangue e Dna: "Macchie incompatibili con l’assassinio"

In aula i consulenti della difesa: "Non sono presenti tracce genetiche dell’imputato e le rilevanze ematiche sono incongruenti"

Scarpe e guanti. Non si scappa: sono le due prove tecniche concrete che ha in mano la procura di Forlì per accusare Daniele Severi dell’omicidio del fratello Franco; le scarpe indossate da Daniele erano macchiate dal sangue della vittima; e i guanti, intrisi di sangue del morto, sono invece stati trovati nella Panda di Daniele. Insomma: per la pm Federica Messina e per l’avvocato di parte civile Max Starni queste son ’pistole fumanti’.

Non è affatto così, per la difesa. Nicola Caprioli viene definito ’criminalista’. In aula è chiamato dalla difesa per quello che è il suo mestiere: verificare le tracce della scena del crimine per ricostruirne la meccanica. Caprioli ha analizzato lo scenario dell’assassinio su risultanze laboratoriali e foto dei Ris. E la sua conclusione è: "Le scarpe non sono compatibili con uno scenario omicidiario. I guanti sono intrisi di sangue della vittima, ma non è presente Dna di Daniele". Al suo fianco, come consulente tecnico degli avvocati difensori Massimiliano Pompignoli e Maria Antonietta Corsetti, compare Lucia Baldi, genetista (protagonista in altri misteri cruenti d’Italia, compreso il giallo dell’Olgiata), che puntualizza senza dubbi: "Sui guanti compaiono cosiddetti profili misti. Compreso quello di un terzo, rimasto ignoto…".

L’obiettivo è sgretolare le due prove tecniche della procura, per certificare l’innocenza di Daniele. "Vicino al cadavere – rimarca Caprioli – sono state ritrovate delle ciabatte, imbrattate di sangue di Franco. Tracce ematiche da schizzo. Appare evidente che quelle ciabatte erano presenti al momento dell’azione omicidiaria". Caprioli quindi, per comparazione, giunge al target: "Escludo che le macchie ematiche di scarpe e le ciabatte abbiano una corrispondenza per morfologia, distribuzione e posizione. Detto ciò, concludo che le scarpe di Daniele non erano presenti al momento dell’uccisione di Franco. Anche perché nelle suole di quelle scarpe non è stato trovato sangue di Franco".

La pm Federica Messina ribatte sul punto: "Quindi secondo lei a cosa sono associabili le macchie sangue sulle scarpe?". Facendo anche leva sul principio che in un processo è l’accusa che deve provare la colpevolezza e non il contrario, Caprioli replica: "Non saprei. Di certo non erano sul luogo del delitto". Max Starni riporta il focus su quelli che definisce "elementi oggetti". Ossia: "Sette macchie di sangue di Franco sono presenti sulle scarpe di Daniele".

Poi però scoccano i dubbi dei giudici togati, la presidente Monica Galassi e il collega a latere Marco De Leva. Che di fronte alle dichiarazioni dei consulenti che mirano a smontare le due prove dell’accusa, improvvisano quasi una camera di consiglio in presa diretta, in aula. I due magistrati confabulano fitto prima che Galassi chieda ai consulenti: "Siete in grado di escludere che queste macchie si siano formate in momenti diversi? Cioè le scarpe potrebbero essersi macchiate in un secondo momento rispetto alle ciabatte?". "Non riesco a dirlo – è la risposta di Caprioli –. Ma comunque non sono il frutto della stessa azione dinamica".

Maurizio Burnacci