Simone riabbraccia i suoi angeli: "Avete salvato me e la mamma"

Lui, forlivese, ha la sindrome di Down. Il ricordo drammatico dell’alluvione, la paura di non farcela. I poliziotti che lo andarono a prendere: "Ricordi? Quel giorno promettemmo di venirti a trovare".

Simone riabbraccia i suoi angeli: "Avete salvato me e la mamma"
Simone riabbraccia i suoi angeli: "Avete salvato me e la mamma"

"Hai il fisico!". Simone guarda i tre poliziotti in divisa e li abbraccia. "Anche tu hai il fisico... Come stai?". Dietro quella domanda c’è un ricordo comune, uno dei più drammatici per la città di Forlì: 18 maggio, circa 36 ore dopo la grande esondazione del fiume Montone. Il quartiere Romiti è sommerso. Via Fontana di Riatti è una strada che dalla via Emilia procede in discesa: in alcuni punti l’acqua è arrivata al secondo piano. In quella via abita Simone, 36 anni, col fratello Lorenzo, 29, e la mamma Alessandra. Simone è affetto da sindrome di Down. Per la prima volta ha rivisto coloro che, quel giorno, lo hanno tratto in salvo.

Dario Canella e Maurizio Capanna sono vice sovrintendenti del 7° reparto mobile di Bologna; con loro Sergio Valentini, assistente capo coordinatore. Oltre che agenti di polizia, sono volontari dell’associazione Rescue Project: è in quella veste che arrivano a Forlì nella serata del 17 maggio, mobilitati dalla Protezione civile.

"Ventiquattro ore senza dormire, mangiare, senza avvertire neppure esigenze fisiologiche – ricorda Sergio quasi stupendosi –. In quel lasso di tempo, con i gommoni, abbiamo evacuato 250 persone". Tra queste, c’è la famiglia di Simone, costretta al secondo piano, senza corrente elettrica da oltre un giorno: un metro e mezzo d’acqua sotto i loro piedi. "Simone, ma lo sai che siamo poliziotti? – gli dice Dario – Quando tutto sarà finito, torneremo a trovarti. Con la divisa. E la macchina coi lampeggianti. Te lo prometto. Dai, vieni". È così che si scioglie la tensione: con l’aiuto dei vigili del fuoco, Simone scavalca il balcone e sale sul gommone. Verso la salvezza. Giovedì, sei mesi dopo il disastro, i tre poliziotti hanno mantenuto la promessa.

L’incontro è avvenuto all’opera Don Pippo, via Cerchia, quartiere Bussecchio: una struttura che da oltre settant’anni è in prima linea per le persone con disabilità. Oggi sono oltre 50 quelli accolti e tra questi, da maggio, c’è Simone. "Il piano terra di casa nostra è ancora inagibile. Purtroppo ci vorrà tempo", spiega il fratello Lorenzo. Simone frequenta il centro diurno della don Pippo fin da ragazzo: è lì, con gli amici, quando si presentano i tre agenti. Un attimo di stupore, poi Simone si scioglie in un abbraccio. "Tu hai salvato anche la mamma – ricorda –. Ora lei è in forma". "Facciamo la foto insieme", dice Dario regalandogli un cappellino nero con la scritta gialla. Quello del reparto mobile.

Sullo schermo della sala polivalente vengono proiettate le immagini del salvataggio. "Guarda, Simone – gli dice Dario –, non ti ho mollato un attimo. Sei stato bravissimo e coraggioso. Io invece avevo una paura...". Sì, perché le difficoltà erano molteplici. "A un certo punto notiamo un cespuglio. Un residente, affacciato alla finestra, ci spiega che vedevamo solo la punta: in realtà era un albero di eucalipto". Sotto metri d’acqua, c’è una città nascosta, perfino le auto parcheggiate. "E in qualche caso i cancelli delle abitazioni: le loro punte avrebbero potuto forare il nostro unico mezzo di trasporto". "Ricordo il silenzio, surreale. Ma non era deserto: le persone c’erano ma ci guardavano, immobili. Era come essere sulla luna", dice Maurizio. "C’era fortissima puzza di gasolio – aggiunge Sergio –. E il nostro lavoro con i civili era anche psicologico". Neglli stessi giorni, i colleghi del reparto mobile di Bologna vigilavano contro gli sciacalli. "Ma anche dopo tanti soccorsi – riprende Dario – ciò che si fa in certi momenti non è mai scontato. Oggi per noi è l’emozione più forte. Come una festa".

Anche Simone lo pensa: "Ti offro la cena", dice all’amico poliziotto. Mentre gli altri disabili cominciano a rivolgere domande: "Come fate ad arrestare chi fa furti e rapine?". "È vero che avete i cani? Anche i dobermann?". Tutti i ragazzi della Don Pippo, a turno, si fanno fotografare con gli agenti, li abbracciano, guardano da vicino l’auto. Finché Dario non li invita tutti: "Un giorno veniamo a prendervi col pullman e vi portiamo a visitare la nostra caserma". Per i poliziotti c’è un piccolo dono: portachiavi realizzati a mano da Simone e i suoi amici. Continueranno a vedersi, finché l’alluvione non sarà un ricordo lontano.