Stefano Valmori: "Così i Romiti si stanno ripensando dopo l’alluvione"

Il rappresentante di uno dei quartieri più colpiti dal disastro: "Servono fondi, ma soprattutto sicurezze per evitare lo spopolamento. Nella tragedia abbiamo dimostrato che siamo una comunità forte".

Stefano Valmori: "Così i Romiti  si stanno ripensando dopo l’alluvione"
Stefano Valmori: "Così i Romiti si stanno ripensando dopo l’alluvione"

Queilo dei Romiti, insieme a San Benedetto, è uno dei quartieri più colpiti dall’alluvione del 16 maggio. Mentre l’acqua rompeva gli argini, Stefano Valmori, rappresentante di quartiere, non era a casa, ma al palazzetto dello sport: si trovava lì dal giorno prima, insieme ad altri abitanti dei Romiti, impegnato a distribuire i sacchi di sabbia, a tenere i contatti con amministrazione e Protezione civile e a raccogliere le paure dei suoi vicini di casa: "In quelle ore – commenta – abbiamo dimostrato di essere una comunità".

Stefano Valmori, le tre persone che hanno perso la vita erano proprio dei Romiti.

"Oggi possiamo parlare di tante cose, riflettere su molti punti, ma il primo pensiero deve sempre andare a loro, a Vittorio, Franco e Adriana che non ci sono più".

Il vostro territorio è stato tra i più martoriati della città. Avete fatto la conta dei danni?

"Il quartiere conta quasi 5000 persone, ed è stato colpito al 70%. Significa che centinaia di famiglie sono state demolite economicamente e psicologicamente. Eppure insieme abbiamo fatto tanto. Abbiamo reagito subito, senza darci per vinti, anche autogestendoci nei momenti più duri, quando si doveva agire subito e non si potevano aspettare ordini dall’alto".

Avete ricevuto anche tanto aiuto da parte dei volontari.

"Noi dei Romiti siamo sempre stati molto generosi, attenti a dare una mano al prossimo e quello che è accaduto in maggio è la prova che davvero quando fai del bene ti torna indietro: la generosità che abbiamo ricevuto lascia senza parole".

Ripercorriamo le tappe: come avete reagito alle prime allerte meteo?

"Io sono nato qui. Viveva ai Romiti mio padre, ci viveva il mio nonno e anche il mio bisnonno. Come me tanti altri: conosciamo il Montone, sappiamo cosa aspettarci. Eppure, anche se avevamo capito che stesse per succedere qualcosa, non immaginavamo fino in fondo quali sarebbero state le conseguenze".

Il giorno prima avete dato una mano nella distribuzione dei sacchi di sabbia. Come andò?

"La Protezione civile ci aveva dato alcuni sacchi, ma capivamo che non erano abbastanza, allora abbiamo contattato una ditta che ci ha portato altra sabbia. Le persone arrivavano, prendevano i sacchi, andavano a proteggere le loro case e poi tornavano. ‘Vogliamo dare una mano anche noi’, dicevano. Lì ho capito che siamo una comunità forte che non pensa solo al suo orticello e mi sono sentito orgoglioso".

Quei sacchi, poi, si sono rivelati inutili. Si sarebbe potuto fare di più per allertare la popolazione?

"L’evento è stato eccezionale. Forse si sarebbe potuto fare di più, ma senz’altro si sarebbe potuto fare anche di meno".

Cosa ricorda di quel 16 maggio?

"A volte mi sembra di non ricordare niente, altre volte lo rivedo come un film. Io ero al Palazzetto quando mia moglie mi ha chiamato – noi abitiamo vicino all’Aldi – e mi ha detto che l’acqua arrivava dai campi. Lì ho capito che stava davvero succedendo qualcosa di irreparabile perché non era più solo il Montone ad essere esondato, ma anche altri corsi d’acqua, mentre le falde cominciavano a buttare. A quel punto ho cominciato a dire a tutti di mettersi in salvo, di pensare solo alla vita".

In tanti quella sera hanno perso la loro casa. Oggi sono tutti rientrati?

"Ancora più di venti famiglie sono rimaste fuori. Altri stanno ricostruendo un po’ alla volta, con fatica, sacrifici e tante incertezze".

Temete che qualcuno sceglierà di non tornare ai Romiti?

"In parte la paura dello spopolamento del quartiere c’è, ma d’altro lato so che tanti di noi sono molto legati a questa zona e non la abbandonerebbero mai".

In quei giorni il Villa Romiti è stato il centro nevralgico del quartiere.

"Era già il simbolo dello sport forlivese, ma oggi è il simbolo della salvezza: quasi per miracolo il palazzetto si è salvato, così qui abbiamo allestito gli ambulatori, grazie all’impegno dell’amministrazione e dell’Ausl, ma è stato anche un centro di stoccaggio delle donazioni e una mensa che serviva gli alluvionati e i volontari. Al palazzetto abbiamo organizzato anche momenti ricreativi per i bambini in collaborazione con le scuole del quartiere: all’inizio erano pochi bambini, alla fine circa 300".

Il quartiere ha perso altri punti di riferimento?

"Certo: i parchi, la sala polifunzionale, i campi della parrocchia… Stiamo ricostruendo pian piano, ma ci vorrà tempo. Oggi ogni cosa è più faticosa che in passato".

Come vi ponete rispetto ai ristori?

"Per ora di aiuti ne abbiamo visti pochi, ma ci chiedono pazienza, ci hanno messo la faccia e vogliamo crederci. Speriamo di non essere smentiti".

I cittadini dei Romiti si sentono sicuri?

"Noi non abbiamo paura del Montone: è un fiume che conosciamo da sempre e che viviamo come una risorsa per la città e per il territorio. Vogliamo, però, che le istituzioni facciano il possibile affinché il quartiere possa riprendere la sua vita con la tranquillità che ci è dovuta".

Cosa vi ha insegnato l’alluvione?

"Ci ha ribadito l’importanza di trattare la natura con riguardo, perché siamo ospiti su questo Pianeta e siamo tenuti al rispetto, se non vogliamo subire pesanti conseguenze; poi ha cambiato le nostre priorità: ci ha fatto capire che le cose materiali non contano nulla, ma che importano l’amicizia, la solidarietà e quel senso di vicinanza reciproca che abbiamo sentito ancora più forte lo scorso maggio. Sono lezioni che non vogliamo dimenticare".