Un centro per curare chi picchia o molesta: "Numeri in aumento. Ma qualcuno guarisce"

I due psicoterapeuti del ‘Trattamento Maltrattanti’: "Il vero problema di tanti uomini non saper comunicare le emozioni"

Un centro per curare chi picchia o molesta: "Numeri in aumento. Ma qualcuno guarisce"

Un centro per curare chi picchia o molesta: "Numeri in aumento. Ma qualcuno guarisce"

A Forlì dal 2010 opera il Ctm, Centro Trattamento Maltrattanti, tra i primissimi centri in Italia a creare un percorso per la gestione della rabbia e della violenza di genere. Daniele Vasari e Andrea Spada, psicoterapeuti del centro, hanno animato ieri un punto informativo allestito insieme al Centro Donna, al centro commerciale Puntadiferro in occasione della Giornata internazionale contro la violenza sulle donne. Una ricorrenza quanto mai sentita, vista anche la recentissima brutale uccisione di Giulia Cecchettin.

Come arrivano gli uomini al Centro Trattamento Maltrattanti?

"Una piccola percentuale accede di spontanea volontà contattando la nostra sede, ma la stragrande maggioranza, invece, arriva da noi dopo una condanna per maltrattamenti, abusi o violenze. L’introduzione, nel 2019, della legge ‘Codice Rosso’ per contrastare la violenza di genere, prevede che, se la condanna è inferiore a due anni è possibile avere la sospensione della pena ma si attiva l’obbligo di partecipare a un percorso in un centro per maltrattanti. Questa prassi deve avere una durata di almeno un anno e di 60 ore. L’attività è a pagamento e viene svolta in modalità individuale".

È possibile fare un ‘identikit’ dell’uomo violento?

"Non esiste un modello dell’uomo maltrattante perché la violenza è ‘democratica’, nel senso che colpisce tutte le fasce di popolazione, senza tenere conto del titolo di studio, dell’età, del ruolo professionale".

Può fare qualche esempio?

"Sono spesso persone perfettamente inserire nel tessuto sociale, infatti abbiamo in trattamento imprenditori, infermieri, giornalisti, psicologi. C’è un tratto comune che emerge sempre: la tendenza a minimizzare o addirittura a negare le proprie azioni. Sentiamo spesso frasi del tipo ‘mi si è spenta la luce e non ho capito più niente’, ‘lei le botte me le tira fuori dalle mani’".

Come se lo spiega?

"Il vero problema è che gli uomini sono analfabeti emozionali, cioè fin da piccoli sono abituati a sentirsi dire ‘i bimbi grandi non piangono’, questo porta a una incapacità a comunicare le proprie emozioni. Inoltre, l’impianto etico e giuridico del nostro Paese è centrato storicamente sull’egemonia maschile".

In questi anni c’è stato un caso particolarmente difficile da trattare?

"Ricordiamo bene il caso di Sandro, userò un nome di fantasia, che picchiava la moglie in maniera sistematica da anni, al punto che una volta le ferite che le ha inferto erano talmente gravi che ha lasciato la donna esanime. Sandro non ha chiamato alcun soccorso, l’ha lasciata sola per 24 ore per poi portarla al pronto soccorso, spinto forse dai sensi di colpa o dalla paura delle conseguenze. Sandro grazie a questo percorso è riuscito a uscire dalla spirale di violenza".

I trattamenti vanno sempre a buon fine?

"Purtroppo no. Abbiamo avuto, tra i sex offenders che seguiamo nel carcere di Forlì, una persona che appena è tornata in libertà ha reiterato l’abuso sessuale ai danni di una donna".

A Forlì, qual è il trend di questo fenomeno?

"Da quando abbiamo aperto c’è stata una crescita esponenziale di persone che si sono rivolte al nostro centro. Da dopo l’attivazione del Codice Rosso nel 2019 siamo passati da 59 pazienti a 95 nel 2021, complici anche le convivenze ‘forzate’ a causa del Covid. Nel 2022, abbiamo avuto in trattamento 101 persone tra il Ctm e i sex offenders in carcere; possiamo già anticipare che i numeri per il 2023 sono in ulteriore crescita. Abbiamo in carico anche alcune donne che hanno avuto comportamenti violenti nei confronti di minori o anziani".