«METTIAMOLA COSÌ, sono un prete cattolico che si è trovato con due ‘figli’ musulmani». Don Paolo Boschini, parroco alla ‘Beata Vergine Addolorata’, riassume in tono scherzoso la sua esperienza all’interno del progetto Welchome. Lo stesso che vede impegnate anche altre dodici famiglie della nostra città nell’accoglienza di minori stranieri non accompagnati, per un periodo della durata minima di sei mesi. Don Paolo, come si è avvicinato al progetto Welchome? «Ho cominciato perché ne sono venuto a conoscenza nel 2016, grazie ad una famiglia che frequenta la parrocchia e che aveva iniziato lo stesso percorso. Ad inizio 2017 il via del...

«METTIAMOLA COSÌ, sono un prete cattolico che si è trovato con due ‘figli’ musulmani». Don Paolo Boschini, parroco alla ‘Beata Vergine Addolorata’, riassume in tono scherzoso la sua esperienza all’interno del progetto Welchome. Lo stesso che vede impegnate anche altre dodici famiglie della nostra città nell’accoglienza di minori stranieri non accompagnati, per un periodo della durata minima di sei mesi.

Don Paolo, come si è avvicinato al progetto Welchome?

«Ho cominciato perché ne sono venuto a conoscenza nel 2016, grazie ad una famiglia che frequenta la parrocchia e che aveva iniziato lo stesso percorso. Ad inizio 2017 il via del mio impegno, con un ragazzo pakistano. Le tre parole chiave che ho seguito sono state da subito ‘relazioni’, ‘studio’ e ‘lavoro’».

Da che esperienza veniva il giovane che le è stato ‘affidato’?

«Da un’esperienza molto difficile; si è spostato dal Pakistan alla Turchia a piedi, poi ha affrontato il viaggio in mare, che è stato molto difficile. Nel periodo che ha vissuto con me, gli ho insegnato l’italiano e ho cercato di spiegargli che cosa vuol dire vivere in un sistema democratico, una cosa non scontata questa. Un’accoglienza da subito strutturata per fare in modo che camminasse con le proprie gambe. Ha cominciato a lavorare come pizzaiolo, oggi è stato assunto con un contratto a tempo indeterminato, parla l’italiano ed è perfettamente inserito. Vive in un appartamento vicino alla parrocchia con altri due connazionali. Io mi occupo ancora di tutta la parte relativa ai documenti, alla burocrazia insomma».

Poi è arrivata una seconda esperienza...

«Esatto, conclusa la prima, ho accolto un ragazzo marocchino che sarà maggiorenne dopodomani. I suoi diciott’anni saranno diversi da quelli di altri giovani che hanno avuto storie simili alla sua e che magari uscendo da una comunità si ritrovano completamente soli, nel nulla. Lui si è diplomato e presto comincerà un percorso lavorativo in una officina meccanica, sempre in città. Recentemente mi ha detto che ha voglia di continuare a partecipare attivamente alla vita parrocchiale, che farà l’animatore. Entrambi, sia il ragazzo pakistano che quello proveniente dal Marocco, sono musulmani. Il primo particolarmente credente e praticante».

Com’è andata da questo punto di vista?

«Beh, io sono professore di filosofia alla facoltà teologica di Bologna, quindi è stato facile trovare un confronto, in un certo senso. Siamo andati insieme a pregare in moschea. Posso dire di essere un prete cattolico che si è trovato con due ‘figli’ musulmani».

In generale cosa può dire del progetto Welchome?

«Che in un certo senso è una esperienza tanto bella quanto facile. L’unica vera difficoltà viene dalla burocrazia, che nel nostro Paese non è inclusiva, anzi. È una burocrazia respingente, con pochi elementi di accoglienza. Arrivano tanti no, ma poi ci si abitua. Per il momento le esperienze di questo tipo nella nostra città sono forse state pubblicizzate poco, sono ancora esperienze di ‘nicchia’, poi si rischia di essere impopolari, di ricevere offese sui social. La verità è che si tratta di percorsi di crescita importanti. Sicuramente ho ricevuto molto di più rispetto a quello che ho dato».

Francesco Vecchi