Valentini "Il distretto, un romanzo d’autore"

Lo scrittore e imprenditore racconta il territorio dalla sua doppia veste: "Dai pionieri della ceramica un miracolo ancora attuale"

Valentini "Il distretto, un romanzo d’autore"

Valentini "Il distretto, un romanzo d’autore"

Da una parte c’è lo scrittore, che ha raccontato il distretto nei suoi romanzi. Dall’altra l’imprenditore, "che nel distretto – dice Roberto Valentini – vive e lavora, e che a questo territorio si sente legato a doppio filo" Partiamo ‘volando alto’, però: da uno stimato professionista della comunicazione che in curriculum ha una mezza dozzina di romanzi.

Perché l’esigenza di scrivere?

"È una passione che viene dalle letture: a 8 anni leggevo Salgari, a 15 I Fratelli Karamanzov e non mi sono più fermato. Dopo lo scientifico, mi sono laureato in Lettere a Bologna con Ezio Raimondi: la letteratura è una parte importante di me e scrivere è una necessità quasi fisiologica, come la fame, la sete e l’amore. Poi ci vogliono talento, disciplina e tempo per trasformare l’urgenza di scrivere in un romanzo. E qui il gioco si fa duro".

Venticinque anni fa Fausto Mazzini, primo personaggio che si incontra in ‘Calanchi’, trovato morto in mezzo alle palette del magazzino della sua ceramica, segnava l’avvio della tua avventura editoriale… Chi era Mazzini?

"Calanchi è stato un piccolo successo locale, poi ristampato poi con il titolo di Impasto Perfetto. Mazzini si ispira al tipico imprenditore ’pioniere’ della ceramica, quello della generazione dei nostri padri che negli anni ‘60 e 70’ ha costruito il miracolo sassolese. Cosa sarebbe Sassuolo senza di loro? un paesotto come tanti, forse fagocitato dalla Maranello delle Ferrari. Invece, grazie a personaggi come Mazzini la nostra città è prospera e conosciuta nel mondo come un’eccellenza italiana" Hai raccontato il distretto ceramico anche con ‘Terre Rosse’, ‘Nero Balsamico’ e ‘Nella città di cemento’. Come è cambiato oggi il territorio che racconti e hai raccontato?

"Questi romanzi non raccontano solo il distretto, ma il territorio in senso più ampio, e sempre con al centro ciò lo distingue, ossia un’attitudine al lavoro che ha pochi eguali. Il cambiamento indotto dalla ‘rivoluzione’ digitale, dalla globalizzazione e dalla grande distribuzione è sotto gli occhi di tutti, con i suoi ritmi sempre più spietati. Per la ceramica, allora il pericolo erano le piastrelle cinesi, oggi sono quelle indiane. Per l’aceto balsamico le contraffazioni estere, e così via. Ma il territorio ha reagito bene: le nostre aziende, le nostre città, le nostre comunità sono forti e solide, animate da persone che fanno tanto e fanno bene. Molte industrie hanno retto al più rischioso dei cambiamenti, quello generazionale, e sono guidate con successo dagli eredi dei vari Mazzini. Non tutte, ovvio, ma in generale il sistema ha tenuto e credo gli indiani verranno presto ’sistemati’".

E come lo ha visto cambiare il territorio? C’è ancora la Sassuolo in cui se in quattro si trovavano in bar giocavano a carte, ma se mancava il quarto fondavano una ceramica? "Quella Sassuolo ovviamente non c’è più, ma gli amici al bar si trovano ancora e se non fondano una ceramica creano relazioni, opportunità, possibilità per il futuro. Questo è un valore importante, che solo il ’provincialismo’ di chi crede che le professionalità top si trovino solo a Milano e Roma non capisce. Basta pensare alla Silicon Valley, dove tutti si conoscono e hanno creato un’industria, quella dei computer, che ha cambiato il mondo: fare distretto è fondamentale per creare competenze e valori verticali. Quando ho iniziato io sembrava una follia aprire un’agenzia di comunicazione a Sassuolo e non a Milano: oggi gli art director milanesi ci mandano il curriculum e di agenzie come la nostra ne sono nate altre, segno che il territorio è cresciuto nelle sue professionalità".

Il protagonista dei tuoi romanzi ambientati qui è un giornalista che si chiama Carlo Castelli. Alter ego o personaggio di fantasia?

"Ogni scrittore mette qualcosa di sé nei suoi personaggi. Da ragazzo volevo fare il giornalista d’inchiesta, e mi sono divertito a creare un personaggio che fa quel mestiere. Poi mi serviva un investigatore, ma non volevo l’ennesimo poliziotto: così mi sono inventato un giornalista di provincia, con un passato importante nelle redazioni nazionali, che torna al paesello per scelta forzata".

Lo hai ‘pensionato’, Castelli, o lo ritroveremo?

"Lo ritroveremo: tornerò presto alla mia passione per il giallo con un romanzo ancora ambientato nel mondo del lavoro. Il giallo mi piace perché è il miglior modo di raccontare il reale in tutti i suoi aspetti. A volte si capisce di più della società leggendo un giallo piuttosto che saggi e romanzi cosiddetti alti".

Anche nella tua ultima fatica, ‘l’Illuminista felice’, dove a farla da padrone è una distopia quasi visionaria, ci sono queste zone con cui il legame, evidentemente, è saldo…

"L’illuminista felice è un romanzo ambientato nella zona di Montefiorino in un futuro immaginario, parte di una trilogia sulla felicità che sto completando. Raccontare significa parlare di qualcosa di cui si ha esperienza, fisica o intellettuale, e raccontare il territorio è il modo migliore per dare concretezza al racconto".

Luogo comune facile facile: a Sassuolo si è sempre pensato a fare profitti, mai alla bellezza o alla cultura… E qui veniamo al Carani, vicenda che hai seguito e segui collaborando anche con la Fondazione: è una rinascita?

"In realtà a Sassuolo, oltre che ceramica, si è sempre fatta anche cultura, poesia, musica. La rinascita del Carani è un miracolo che mi riempie di gioia e ringrazio la Fondazione per avermi dato la possibilità di contribuire. Il Carani è tornato a essere il cuore culturale della città, un luogo di aggregazione e crescita e la risposta dei sassolesi è entusiasmante. Al concerto inaugurale di Nek c’erano persone che piangevano di gioia".

La ‘tua’ Sassuolo, oggi, qual è? E ti piace?

"La mia Sassuolo oggi la vedo bene: siamo in serie A nel lavoro e spero continueremo a esserlo anche nel calcio, la cultura è vivace, Palazzo Ducale è sempre più bello, il Carani rinato creerà valore per le generazioni a venire, che vedo concrete, attente. Se da giovane, come tanti, me ne volevo andare dal ‘natio borgo selvaggio’ oggi ci sto bene, anche perché dopo tanto viaggiare scopri che il mondo è bello o brutto in base a come lo guardi e che le opportunità sono ovunque, basta saperle coglierle".