Mattei e l’aneddoto del gattino. "L’Eni era un cucciolo al pasto dei cani". Ritrovato il catino che ispirò la storia

Il fondatore raccontava spesso di aver visto questa scena in una cascina del Pavese durante la Resistenza La bacinella era ancora lì: è stata recuperata e donata al museo sulla vita dell’industriale a Matelica

Rosangela Mattei nel museo di Matelica
Rosangela Mattei nel museo di Matelica

Fortunago (Pavia), 11 dicembre 2023 – Raccontava una storia, Enrico Mattei, a chi gli domandava cosa fosse l’Eni, e quali leve governassero i delicati equilibri di forza tra l’Italia e i colossi del cartello petrolifero, le "Sette sorelle". La storia era quella di un gattino che un giorno, con l’audacia dei puri, si era accostato a un branco di cani attorno alla scodella piena di zuppa, per reclamare la sua parte di cibo, ed era stato allontanato con una poderosa zampata, che l’aveva lasciato tramortito a terra.

"Siamo stati quel gattino per molti anni – chiosava poi il presidente del gruppo petrolifero italiano –. Ma ora siamo una realtà solida, che può guardare al futuro". Il gattino diventato con il tempo il cane a sei zampe poteva ora a buon diritto accomodarsi attorno alla stessa scodella degli altri, senza attendere il permesso. Una rappresentazione che lo stesso Mattei affidò ai microfoni di una trasmissione televisiva, nel 1961, rendendola immortale. Non era però, solo una metafora.

Nel raccontarla Mattei, non aveva semplicemente attinto a un generico vissuto personale, ma aveva evocato un episodio specifico, realmente avvenuto, di cui era stato testimone diretto. Era successo a Sant’Eusebio, nel comune di Fortunago, nell’Oltrepò pavese, dove Mattei si recava, prima della guerra, nella riserva di caccia di Enrico Sgorbini. E fu sempre lì, come racconta Giuliano Cereghini, che Mattei trovò poi rifugio quando, dopo l’8 settembre, scelse la Resistenza e la clandestinità e per difendersi fu costretto a nascondersi per sei mesi nel solaio di quella grande cascina a cui si accedeva solo con una vecchia scala. Prima che la cascina di Sant’Eusebio diventasse insieme salvezza e prigione, era stato il ritrovo di un gruppo di amici, appassionati di caccia, che solcavano i colli confidando in un ricco bottino di pernici.

E un giorno, tornati da una battuta, accadde l’episodio del gattino, che tanto colpì Mattei. A raccontarlo è Pietro Curdo, nipote di Enrico Sgorbini, che oggi ha 74 anni: "Mio nonno era il conduttore della riserva di caccia – dice –. Io all’epoca non ero ancora nato, ma ho sentito raccontare da mio nonno questa storia innumerevoli volte. C’era questo catino bianco con un sottile bordo blu, che veniva messo sempre al solito posto, davanti a una colonna della cascina, per sfamare i cani, credo fossero di razza bracco tedesco. Ogni volta qualche gatto randagio tentava di rimediare qualche boccone, con poca fortuna. Un giorno avvenne l’episodio del gattino, che poi Mattei raccontò in televisione. Quel catino è rimasto sempre lo stesso, nessuno ha mai pensato di disfarsene. L’attività della cascina è andata avanti per anni, finché mio nonno è rimasto in vita. La frequentavano persone importanti, tutte con la passione della caccia. Uno di loro, negli anni a seguire, ad esempio, fu Walter Chiari".

E quel catino, quella scodella smaltata, continuò ad assolvere alla sua funzione, sempre nello stesso posto accanto alla colonna. Finché non finì abbandonata in una mangiatoia del cascinale piena di cianfrusaglie. "Alla morte di mio nonno – prosegue Pietro Curdo – la cascina è passata a mia zia Augusta, poi a mio padre. E il catino è finito in una mangiatoia piena di cianfrusaglie, sempre lì nel cascinale. Un giorno mi è venuta voglia di vedere se c’era ancora, e l’ho trovato lì, praticamente intatto".

Pietro e la moglie Carla, che per Enrico Mattei hanno sempre avuto una venerazione, come d’altronde Mattei l’aveva per quella famiglia che l’aveva aiutato e accolto – a Enrico Sgorbini per altro avrebbe in seguito affidato la gestione del Motel Agip di Voghera – si sono ritrovati nella convinzione che quel ’cimelio’ meritasse una sorte migliore di una mangiatoia impolverata. Hanno così deciso di donarla al museo Enrico Mattei di Matelica, fondato dall’instancabile custode della sua memoria, che è Rosangela Mattei, nipote di Enrico.

"Sicuramente nel tuo museo – scrivono Pietro e Carla – ricorderà a tutti che noi italiani siamo stati per tanto tempo, e forse lo siamo ancora, quel gattino che avrebbe voluto sfamarsi con l’abbondante zuppa versata dal contadino in quel catino smaltato con il bordo blu".