INSIEME Alessio Bonfietti, ad di MindIT e il gruppo di ingegneri informatici della startup

DALLE AULE universitarie a ingranaggio nevralgico della manifattura bolognese, con tutta la fierezza di chi ama definirsi ‘nerd’. Sono pur sempre giovani ingegneri informatici sfornati dalla fucina di Alma Mater, del resto, i ragazzi che lavorano in MindIT, la startup che, dalla sede condivisa di Alma Cube, si é ormai ritagliata un ruolo importante nel settore della manutenzione predittiva, fra clienti di rilievo e numeri in ascesa.

A dare l’accelerata finale dal punto di vista della programmazione industriale, dopo i primi passi mossi con l’aiuto di Unibo, è stato, lo scorso autunno, l’ingresso in società dell’imprenditore felsineo Alessandro Bosi, diventato presidente e primo consigliere strategico dell’amministratore delegato, il poco più che trentenne Alessio Bonfietti.

Bonfietti, qualcuno una volta vi definì ‘Cassandra’, ma le vostre previsioni non sono foriere di guai.

«La colpa fu di un’intervista mal riuscita, perché in realtà il senso del nostro lavoro è esattamente l’opposto, ossia usare le tecnologie digitali per dare modo ai macchinari del comparto produttivo di sapere quando si verificheranno i guasti e, in questo modo, di programmare una manutenzione efficace. Inutile dire che il risultato è un guadagno netto in termini di efficienza, tutt’altro che un infausto presagio».

Come e quando è nato il progetto?

«Nasciamo nel 2015 come spin off universitario del gruppo di ricerca in Intelligenza artificiale avanzata del Dipartimento di Ingegneria informatica e, visto che il mercato ha subito accolto con favore le nostre idee, è stato quasi naturale, nei primi mesi del 2017, diventare un’azienda propriamente detta, che ora occupa 15 persone fra soci e assunti».

Qual è il profilo medio dei vostri collaboratori e a che tipo di clientela vi rivolgete?

«A parte il presidente, qui nessuno ha più di 35 anni e tutti siamo orgogliosi di avere conseguito una laurea magistrale o un dottorato di ricerca nell’ateneo che ci ha poi fornito gli strumenti per metterci al lavoro. Sul secondo fronte, abbiamo iniziato da poco a puntare sui mercati esteri, ma per ora, accanto ai clienti retail, a spiccare sono grandi nomi delle macchine automatiche come Gd e Sidel».

Se dovesse spiegare a un profano come funzionano i programmi manutentivi che avete inventato, quali parole userebbe?

«Parliamo di un’innovazione tecnica applicabile in settori molto diversi tra loro e basata su algoritmi che imparano come si comportano le macchine, capaci da un lato di prevedere i malfunzionamenti e dall’altro di ordinare le priorità dell’intervento umano».

In inglese lo chiamano ‘machine learning’ e, anche a Bologna, è uno dei pilastri della rivoluzione digitale.

«Quando si parla delle magnifiche sorti del 4.0 bisogna sempre ricordare che, accanto a un know-how nel quale UniBo resta un’eccellenza, serve anche un humus industriale che recepisca la portata delle novità e qui, da questo punto vista, possiamo dirci fortunati».