Maltrattamenti in casa di riposo, assolta dopo sei anni: "Vita stravolta dall’inchiesta”

Di Francesco: "Dopo il licenziamento ho avuto difficoltà economiche e nessuno voleva più assumermi. Mi dispiace per l’anziano, non volevo offenderlo ma visti i suoi problemi doveva essere ospitato altrove"

Maria Di Francesco con l’avvocato Pina Di Credico

Maria Di Francesco con l’avvocato Pina Di Credico

Reggio Emilia, 28 febbraio 2024 – Piange Maria Di Francesco, abbracciata al suo avvocato Pina Di Credico. Lei, 58enne di Correggio, è stata assolta in primo grado davanti al giudice Francesca Piergallini, così come le cinque colleghe imputate, lavoratrici della Coopselios, dall’accusa di maltrattamenti a un anziano ospite della casa di riposo di Via Mandriolo, Arduino Gigante, poi venuto a mancare. A sei anni da quand’è emersa l’inchiesta, rompe il silenzio: racconta i problemi, il dolore e la rabbia legati non solo al procedimento, ma anche alla divulgazione di un video dell’inchiesta e al suo licenziamento.

Cos’è accaduto dopo che l’indagine, nel marzo 2018, è diventata di dominio pubblico?

"Facevo il turno pomeridiano alla casa di riposo. Vennero da me le ragazze della notte: ‘Nel video ci sei tu’. Così scoprii che la mia immagine era stata proiettata a livello nazionale: la riconobbero anche i miei parenti di Napoli, che rimasero increduli. Scattò subito il mio licenziamento: dopo dieci anni di lavoro a tempo indeterminato nella Coopselios sono stata l’unica, tra le colleghe, a perdere il lavoro con la cooperativa".

Come avvenne il licenziamento?

"Il giorno dopo fui chiamata da un responsabile che mi disse di non andare al lavoro perché c’erano i parenti. Poi ricevetti una raccomandata dove si diceva che ero licenziata per giusta causa. Fui convocata a Reggio dalla Coopselios: i referenti mi dissero che il licenziamento era dovuto al video".

Ha impugnato il licenziamento?

"Mi rivolsi a un avvocato civilista che me lo sconsigliò e mi invitò addirittura a cambiare vita. Poi, quando decisi di affidarmi all’avvocato Di Credico, purtroppo i termini erano già scaduti". Avvocato Di Credico : "Durante il processo, in tribunale, a mia domanda, un referente di Coopselios ha detto esplicitamente che lei fu licenziata perché quel video dove compariva era l’unico che poterono vedere, mentre gli altri li visionarono solo 14 mesi dopo".

Quali conseguenze ha avuto la perdita del lavoro?

"Ho avuto difficoltà economiche. Poiché avevo preso impegni finanziari tra cui la cessione del quinto, i soldi furono trattenuti alla fonte: finito il lavoro, presi solo 14 euro".

E sul piano psicologico?

"Per tre mesi non sono uscita di casa, non dormivo più. La gente mi riconosceva nel video. Strano che non abbia fatto una pazzia... Ho avuto sostegno dalla mia famiglia, marito e due figli, e dalle amiche che mi dissero: ‘Tu non sei così’".

Cos’ha fatto in questi sei anni?

"Ho un diploma come operatrice socio assistenziale. Prima della casa di riposo, ho lavorato per quattro anni nell’ospedale di Correggio. Dopo l’indagine, sono stata in disoccupazione per due anni. Non riuscivo più a trovare nulla, soprattutto nelle case di riposo. Mi chiamavano per un colloquio, ma poi, al momento di darmi la divisa, si rimangiavano la parola: ‘Non la assumiamo, lei è stata licenziata per giusta causa ed è imputata. E poi c’è quel video...’. Mi sono sentita mortificata".

È riuscita a trovare lavoro?

"Sono stata oss a Carpi dove ho accudito un’anziana poi venuta a mancare. Ora lavoro in un paese della Bassa reggiana, dove seguo un disabile. Sempre lavori da privati, non più nel pubblico".

Il pm le ha contestato insulti pesanti, chiedendo 5 anni di condanna per vessazioni fisiche e psichiche. Come giustifica queste frasi?

"L’anziano era un mio vicino di casa: lo conoscevo da prima, pensavo che non fosse in grado di capire. Sono dispiaciuta, non volevo offenderlo, ma a volte ero esasperata. Era uno sfogo: lui era un paziente difficile da accudire".

Perché?

"L’anziano si svegliava in continuazione. Urlava, chiamava tutti e batteva con le mani sulle spondine. Appena lo si toccava, reagiva e si ribellava ai tentativi di sostenerlo. Si spogliava ed era complicato assisterlo. Se si arrivava tardi ad assisterlo, succedeva perché di notte eravamo solo due operatrici per 47 ospiti a correre in una grande struttura a ferro di cavallo: a volte si arrivava all’esasperazione. Tutte noi operavamo nello stesso modo: è sempre stato accudito, l’assistenza non è mai mancata. Secondo me l’anziano, visti i suoi problemi, avrebbe dovuto essere ospitato in un altro tipo di struttura".

Nella requisitoria, il pm ha citato una sua frase: «Bisogna dargli le medicine per farlo dormire tutta la vita». Nel capo di imputazione compare anche «e non si sveglia più». Cosa intendeva dire?

Avvocato Di Credico: "Quella frase compariva nei brogliacci delle intercettazioni, ma noi abbiamo sostenuto che, dopo la perizia sulle trascrizioni, il senso era un altro, cioè dargli una terapia per farlo dormire, e dirlo nelle consegne alle colleghe".

Cosa auspica per il suo futuro?

"Ora sto meglio. Spero di stare più tranquilla. Ma quel video mi fa ancora male".