Girone infernale al pronto soccorso di Ancona: “Papà legato al letto per tre giorni”

La lettera alla nostra redazione racconta quello che accade all’ospedale Torrette di Ancona. “Immobilizzato perché non si alzasse. Ci indigniamo per i cani alla catena e trattiamo così gli esseri umani?”

Pronto soccorso al collasso all'ospedale Torrette di Ancona

Pronto soccorso al collasso all'ospedale Torrette di Ancona

Ancona, 1 marzo 2024 – “Il 20 febbraio scorso ho portato mio padre in pronto soccorso all’ospedale Torrette di Ancona per crisi respiratoria, accettato in codice arancione (urgenza). Dopo sei ore e solo dopo aver chiesto insistentemente informazioni all’accettazione circa la sua sorte, da un giovane medico subissato di lavoro sono stato informato che non c’era posto per il ricovero in pneumologia, né in nessun altro reparto adeguato e, dunque, sarebbe rimasto lì a tempo indeterminato".

Una vera e propria odissea diventata una lettera firmata inviata alla redazione de il Resto del Carlino di Ancona, quella di un anconetano vittima del caos in cui versa la sanità marchigiana. La lettera segue un nostro servizio pubblicato l’altro ieri in cui si evidenziava la presenza al pronto soccorso di 31 pazienti in attesa di un ricovero: "Il vostro articolo di ieri (mercoledì, ndr) rende bene l’idea – aggiunge lo scrivente –: anche il giorno prima c’erano una trentina di pazienti in barella nei box, nei corridoi, in area di urgenza, ovunque; così anche mercoledì 21: alle 18 c’erano in visita contemporaneamente 21 codici tra rossi e arancioni e giovedì 22; ne ho avuto esperienza diretta, persone malate, ferite, che passano giorni in quel modo, buttati in un corridoio, è una cosa indegna, incivile, disumana. Gente che si lamenta, incidentati gravi, una follia. Vicino a me un quasi centenario piangeva e chiedeva aiuto. Questo è Torrette, mentre si fanno consigli comunali aperti e un mare di chiacchiere".

Il riferimento è alla seduta consiliare dedicata alla sanità a cui hanno preso parte i vertici della Regione. Alle promesse il cittadino anconetano contrappone i fatti in tutta la loro crudezza: "A 84 anni mio padre è stato tenuto in barella per quasi tre giorni, legato mani e piedi, in quanto non potendo essere presidiato da parte dei familiari, men che meno da parte di infermieri travolti dall’emergenza, ed essendo stravolto dal caos attorno, voleva scappare. Quando è entrato mio padre era in grado di intendere e volere, non soffrendo di turbe psichiche. Nelle lunghe ore di attesa riflettevo sulla piega che ha preso la nostra società: non accettiamo cani alla catena, con il collare, ma pensiamo sia normale legare un umano malato, sano di mente, perché non si faccia male, dato che nessuno può prendersi cura di lui. Solo giovedì pomeriggio è stato possibile ricoverare, mio padre. Anche qui legato tutte le volte che non c’erano familiari ad assisterlo, 45 minuti al mattino, 45 minuti la sera. Assistenza che per essere prestata occorre avere autorizzazione scritta, che da ieri non viene più data per la diffusione di non meglio specificati virus e batteri. Assistenza che può esser prestata solo grazie alla umanità di operatori che si rendono conto della situazione e applicano le regole in modo flessibile. Quasi tutte le persone incontrate, molti giovani in prima linea, medici, infermieri, tirocinanti, tecnici, oss, danno l’anima, sono gentili, si rendono conto dell’emergenza, ma non riescono a fronteggiarla perché è diventata endemica. Molti vorrebbero parlare ma si trattengono".