Cesena, 21 giugno 2018 - È molto dettagliata e circostanziata la risposta con la quale l’Agenzia delle Entrate di Forlì ha respinto la seconda proposta di transazione fiscale nell’ambito delle trattative che precedono la stipula di un accordo di ristrutturazione dei debiti. Sono 11 pagine firmate dal direttore provinciale Natale Antonino Galasso, dietro alle quali c’è il parere della direzione regionale guidata da Rossella Orlandi che ha seguito personalmente la pratica dell’Associazione Calcio Cesena.

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Scorrendo le pagine della risposta trasmessa due giorni fa salta all’occhio che il debito del Cesena nei confronti dell’Erario non era di circa 32 milioni come avevano affermato a più riprese dalle persone che si trovano ai vertici del Cesena Calcio, ma di 40,3 milioni, comprensivo della quota capitale e interessi relativa all’Iva di gruppo. Di questa somma il Cesena chiedeva lo stralcio al 50%, non solo degli importi relativi a interessi e sanzioni. L’offerta dell’Ac Cesena era stata di pagare il 50% dei 40,3 milioni in vent’anni al tasso d’interesse dello 0,3% all’anno, in 80 rate trimestrali di importo costante con scadenza nell’ultimo giorno di ciascun trimestre. Le obiezioni sollevate dall’Agenzia sono numerose: in primo luogo il taglio dei costi previsto non era supportato da un piano industriale, ma da generiche affermazioni relative alla riduzione dei compensi ai calciatori, allo staff tecnico, ai dirigenti e ai collaboratori, e alla riduzione di ‘sacche di inefficienza’ non meglio indicate. Dall’altra parte il previsto aumento delle entrate era basato su elementi assolutamente aleatori come il mantenimento della Serie B, le plusvalenze della compravendita dei diritti dei calciatori.

Anche la situazione debitoria al 31 marzo scorso rilevata dall’Agenzia delle Entrate è ben lontana dai 58 milioni di euro riferiti in più occasioni dal presidente Giorgio Lugaresi, ma ammonta a 73,2 milioni. La conseguenza è che il patrimonio netto della società sarà negativo alla chiusura del bilancio al 30 giugno scorso; in assenza di una corposa ricapitalizzazione della società, che servirebbe anche a far fronte a eventuali criticità future, questa condizione apre le porte al fallimento.

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Ma la parte peggiore della risposta negativa è quella relativa alle garanzie: a fronte di una fideiussione indicata per garantire il pagamento integrale entro 120 giorni dei creditori che non hanno aderito all’accordo di ristrutturazione del debito, e all’accensione di un mutuo per il pagamento dei creditori che hanno aderito all’accordo (per 3,1 milioni), per l’Erario c’era solo un accenno a una fideiussione da fare alla scadenza del quinto anno (per garantire i pagamenti dal sesto al ventesimo), mentre l’unica garanzia per i pagamenti nei primi cinque anni era la permanenza in Serie B. L’Agenzia evidenzia quindi che «il creditore Erario risulta essere il meno garantito ancorché sia il creditore più importante. Infatti è l’unico a cui venga proposto un pagamento dilazionato, senza una maxi rata iniziale e che verrà garantito da fideiussione esclusivamente dopo il quinto anno».