Claudio Golinelli, il ’Gallo’, sul palco con Vasco Rossi, di cui è stato lo storico braccio destro. Sotto, firma autografi

Imola (Bologna), 7 ottobre 2020 - "La voglia di tornare sul palco è l’unica malattia da cui nessuno potrà mai farmi guarire". In fondo siamo un po’ tutti abituati a vederlo così, investito dal muro di musica degli amplificatori, ’il Gallo’, all’anagrafe l’imolese Claudio Golinelli, il bassista di Vasco Rossi. Ma anche lo storico ’braccio destro’ del Komandante in questi anni – dopo la diagnosi di tumore nel 2008 – ha dovuto prendersi una pausa per affidarsi alle mani dei medici, guadagnandosi, un paio di settimane fa, il tanto atteso trapianto di fegato.

Golinelli, o meglio, ’Gallo’, come ci si sente con un fegato nuovo?
"Il mio fisico pare stia rispondendo molto bene all’operazione. In questi anni devo ammettere di averlo un po’ maltrattato, ma lui (il mio corpo), non ha mai smesso di lottare, e anche i medici se ne sono accorti. Devo ringraziare in particolare i miei due angeli, il professor Fabio Piscaglia e Matteo Cescon, del reparto trapianti del Sant’Orsola di Bologna, loro mi hanno salvato la vita".

Tutti la conoscono come un combattente... allora non è una diceria.
"Devo confessare che non sto più nella pelle per la voglia di tornare sul palco a suonare, la musica è una spinta che è come se stesse mettendo il turbo alla mia guarigione alla tenera età di 70 anni. Adesso mi vanto un po’: pochi giorni dopo l’operazione (che è stata il 12 settembre, ndr) , ho subito provato a mettermi in piedi, e sono riuscito a camminare prima del mio compagno di stanza. Morale della favola, 10 giorni dopo mi avevano già rispedito a casa, probabilmente non mi sopportavano più".

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Tra le mura dell’ospedale ha avuto paura del Covid?
"Sono momenti davvero brutti, è da febbraio che vado in struttura due volte alla settimana per gli esami. Già nei primi mesi della pandemia ho visto i reparti riempirsi di gente in fin di vita. Io ero in lista per il trapianto già da più di un anno, ma ho dovuto aspettare ancora perché nel periodo dell’emergenza si occupavano (giustamente) dei casi urgenti".

Le fasi prima del suo intervento racchiudono una storia che è finita sulle pagine dei giornali di mezza Italia, ce la racconta?
"Dobbiamo tornare indietro fino all’11 settembre, quando ero a suonare con la mia band (Gallo Team) in provincia di Latina. Ero in albergo che cercavo di farmi passare il mal di schiena, quando mi è arrivata una telefonata dall’ospedale di Bologna: ’Siamo pronti per operarla alle 21,30, dove si trova che la veniamo a prendere?’".

Non proprio dietro l’angolo...che è successo dopo?
"Dopo sono stato ’bacchettato’ perché sarei dovuto rimanere almeno in Emilia-Romagna e invece dovevo suonare a un concerto, per giunta nel Lazio. Evidentemente però lassù (e indica il cielo, ndr) mi vuole bene, e poco dopo ha iniziato a piovere".

Concerto rimandato?
"Esatto, e in macchina con il chitarrista della mia band, Cicci Bagnoli, siamo partiti alla volta di Bologna, scortati fino in autostrada dalle auto dei carabinieri. Alle due di notte ero già al Sant’Orsola, e il mattino dopo sotto i ferri: da qual momento i ricordi sono un po’ annebbiati".

Il primo ricordo una volta sveglio?
"Sarà stata l’anestesia, ma appena ho aperto gli occhi mi sono ritrovato al caldo, su una spiaggia, all’ombra delle palme".

In queste settimane è stato travolto dalla solidarietà di ammiratori e amici.
"Sono veramente commosso, non me lo sarei mai aspettato. Persino Francesco Renga, che non posso dire di conoscere personalmente, mi ha fatto gli auguri di pronta guarigione. Poi Gianna, lei è una forza della natura. Abbiamo un rapporto speciale dopo aver suonato insieme tanti anni".

E Vasco?
"Negli anni mi ha sempre sostenuto, e lo ha fatto anche adesso come un vero fratello. Lo ha fatto con la sua solita eleganza, telefonando prima a mia moglie per non disturbarmi".

Quando si torna a suonare?
"Dovrò riguardarmi ancora almeno un mesetto, ma anche grazie alla vicinanza di mia moglie (Monia Donatini, ndr) , penso che accadrà entro l’anno, incrociamo le dita".

La pandemia ha assestato un duro colpo ai lavoratori delle sette note come lei.
"Penso ai tanti colleghi in difficoltà: il Governo poteva fare decisamente di più per noi. Siamo gente che non perde mai la grinta e la passione: possono toglierci tutto, mai l’amore per la musica".