Alzheimer, studio Unimore scopre un possibile modo per rallentare la malattia

La giovane ricercatrice Antonietta Vilella, insieme ad altri colleghi di atenei, ha individuato il silenziamento dell’enzima Pcsk9 come possibile chiave per ritardare la progressione della patologia. A cosa potrà portare la ricerca

Alzheimer, scoperto un possibile fattore protettivo da patologia: lo studio della ricercatrice Unimore Antonietta Vilella
Alzheimer, scoperto un possibile fattore protettivo da patologia: lo studio della ricercatrice Unimore Antonietta Vilella

Modena, 28 novembre 2023 – Possibili passi in avanti nella ricerca sull'Alzheimer. E' stato infatti identificato un possibile fattore protettivo sulla progressione della patologia.

A scoprirlo, una giovane ricercatrice di Unimore, Antonietta Vilella, con la professoressa Daniela Giuliani come senior author e grazie alla collaborazione con altri colleghi degli Atenei di Modena-Reggio Emilia, Parma e di Padova. Lo studio dal titolo "PCSK9 ablation attenuates A pathology, neuroinflammation and cognitive dysfunctions in 5XFAD mice" e pubblicato sulla rivista Brain, Behavior, and Immunity, individua nuovi bersagli per la terapia della malattia di Alzheimer (AD). L’oggetto della ricerca è il silenziamento dell'enzima Pcsk9, che interviene sul metabolismo del colesterolo. Questo intervento ha chiari effetti protettivi sulla progressione sia della neuropatologia sia dei deficit cognitivi in un modello animale malato di Alzheimer. 

La ricerca 

"L'associazione tra alterazioni lipidiche e Alzheimer –  spiega la ricercatrice Unimore –  è avvalorata da diverse ricerche e studi clinici che dimostrano come i geni coinvolti nel metabolismo lipidico siano tra i più importanti fattori di rischio per l'insorgenza e lo sviluppo della malattia. Tra i lipidi, il colesterolo svolge un ruolo importante nel sistema nervoso centrale, essenziale per il mantenimento delle funzioni neuronali e gliali, e alterazioni nel suo metabolismo causano stress ossidativo, neuroinfiammazione, alterazioni sinaptiche e neuronali accompagnate da declino cognitivo. In questo contesto, il passaggio da associazioni epidemiologiche a meccanismi fisiopatologici definiti, come l'inibizione dell'enzima Pcsk9, è cruciale per identificare bersagli specifici per possibili interventi terapeutici".

Alzheimer, una sfida centrale per la sanità

"La malattia di Alzheimer - prosegue Antonietta Vilella –  va delineandosi come una delle sfide centrali per la sanità e in generale per l'intera società, dei paesi industrializzati dove l'aspettativa di vita ha superato gli 80 anni. La risposta della ricerca biomedica deve avvenire a diversi livelli, partendo dall'identificazione di biomarcatori che permettano una diagnosi precoce prima dell'instaurarsi di danni cerebrali irreversibili fino allo sviluppo di terapie che ritardino o blocchino la progressione della malattia”. Nonostante il lavoro dei ricercatori, c’è ancora tanta incertezza sulle terapie da adottare. “Non è facile prevedere quali ipotesi terapeutiche si dimostreranno efficaci e sicure e quando diverranno disponibili – specifica la ricercatrice – Approcci farmacologici classici e collaudati come quelli che stiamo indagando potrebbero portare a identificare molecole attive pronte per la sperimentazione clinica in tempi piuttosto rapidi".

Terapia basata su anticorpi monoclonali

Ma un ulteriore passo avanti nella ricerca sull’Alzheimer potrebbe arrivare da un particolare tipo di terapia, in grado di rallentare la patologia."L'FDA (Food and Drug Administration, ndr) americana, anche se non ancora l'EMA (European Medicines Agency, ndr) europea - afferma il professore Michele Zoli, Direttore del Dipartimento di Scienze Biomediche, Metaboliche e Neuroscienze di Unimore, al quale le due ricercatrici afferiscono - ha approvato la prima terapia basata su anticorpi monoclonali che ritarda la progressione dell’Alzheimer. Questa terapia è molto costosa e gli effetti, per quanto incoraggianti, sembrano essere limitati. La ricerca di nuovi bersagli terapeutici per l'Alzheimer rimane quindi uno degli obiettivi più rilevanti della ricerca biomedica sulle malattie neurodegenerative dell'anziano".