Duplice femminicidio a Castelfranco, il figlio: “Svegliato dagli spari, mamma si era rifugiata nella mia cameretta”

Nell’ambito del processo contro Salvatore Montefusco, ieri ha parlato in aula il figlio, l’unico risparmiato dalla sua furia. “Sono scappato in strada scalzo, un automobilista mi ha salvato”

Gabriela Trandafir, 47 anni e la figlia Renata di 22 uccise da Salvatore Montefusco a Castelfranco Emilia
Gabriela Trandafir, 47 anni e la figlia Renata di 22 uccise da Salvatore Montefusco a Castelfranco Emilia

Modena, 7 dicembre 2023 – “Spostati o sparo anche a te, mi ha detto. Avevo appena chiamato il 112 quando è entrato. Sono scappato per chiedere aiuto e, poco dopo, ho sentito gli spari contro mia madre". E’ stata una testimonianza straziante quella di ieri mattina nelle aule del tribunale di Modena nell’ambito del processo che vede imputato per duplice omicidio volontario aggravato il pensionato Salvatore Montefusco.

A dover ripercorrere le terribili fasi del duplice femminicidio è stato Salvatore Junior, 18 anni, unico sopravvissuto alla strage e figlio dell’imputato e della vittima, parte civile al processo. Infatti Montefusco, imprenditore edile 72enne è accusato di aver ammazzato, lo scorso 13 giugno, a fucilate, la moglie Gabriela Trandafir, 47enne, e la figlia della donna, la 22enne Renata, nella loro abitazione a Castelfranco Emilia.

Un delitto terribile, avvenuto il giorno prima che si celebrasse l’udienza per la separazione tra i due coniugi. I parenti della donna, in particolare la sorella hanno sottolineato come Gabriela avesse denunciato numerose volte, ma come nessuno l’avesse presa sul serio fino all’agghiacciante delitto.

"Ero andato a dormire alle 4 perché avevo giocato ai videogiochi tutta la notte – ha detto il ragazzo in aula, visibilmente provato –. Sono stato svegliato all’improvviso da alcuni rumori intorno a mezzogiorno: ho capito che erano spari. Poi ho sentito le grida della mamma: ‘Ha ucciso tua sorella’, diceva".

Quella terribile mattina mamma e figlia erano appena tornate a casa, dopo aver fatto la spesa. Lui, l’imputato, aveva rivolto l’arma contro le due donne. Renata era stata raggiunta dai colpi in giardino, mentre tentava di scavalcare la recinzione. Gabriela era stata invece inseguita all’interno dell’abitazione, fino alla camera del figlio, allora minorenne, dove aveva cercato di rifugiarsi.

"La mamma si è rifugiata in camera mia. Ho chiamato i carabinieri poi è entrato il papà che mi ha detto: spostati o ammazzo anche te – ha spiegato il 18enne, che ha sopportato l’intera mattinata di esame e con lucidità ha risposto a tutte le domande – Dopo di che, impaurito, mi sono spostato e sono scappato in strada, in cerca di aiuto. Mi sono tolto le ciabatte per correre più in fretta, mi sono sbracciato e si è fermato un automobilista che mi ha accolto in auto. Mentre scendevo le scale ho sentito gli spari, uno o due. Una volta in strada ho visto mio padre salire in auto e noi siamo andati nella direzione opposta".

Il ragazzo era riuscito infatti a chiamare i carabinieri e la telefonata, in cui si udirebbero anche gli spari, è stata messa agli atti. Rappresentato dall’avvocato Gianluca Belluomini, il 18enne ha quindi ripercorso i mesi di attriti tra la coppia. Infatti mamma e figlia avevano denunciato di subire da tempo maltrattamenti e sevizie.

"A giugno del 2021 sono iniziate le liti legate soprattutto a questioni economiche – ha spiegato il giovane, pur non sapendo definire con certezza tutte le cause delle numerose discussioni – Ci sono stati episodi in cui mio padre faceva sparire i vestiti dell a mamma e di mia sorella, oppure svuotava i detergenti personali. Per questo motivo Gabriela e Renata avevano dovuto chiudere tutto in uno sgabuzzino di cui custodivano le chiavi. Da quando sono iniziate le liti, i contrasti forti, il papà si è trasferito lì in pianta stabile, mentre prima non viveva sempre con noi: veniva circa tre volte la settimana".

Nel corso della prossima udienza, fissata per il 13 dicembre a parlare sarà la sorella di Gabriela che più volte ha ribadito come la sorella e la nipote siano state vittime di un delitto ‘annunciato’. I legali della famiglia avevano chiesto anche una perizia sui telefoni delle donne, volta a dimostrare appunto i maltrattamenti subiti dalle vittime. "E’ stato sentito il consulente della procura – spiega l’avvocato Cristiana Polesel, del foro di Treviso – che ha ribadito l’impossibilità di estrarre la copia forense dai telefoni. Avevamo una memoria del nostro consulente dalla quale si poteva evincere che in realtà non erano stati individuati i codici Imei dei telefoni ed era una procedura semplice. Secondo il consulente della procura, però, non sarebbe comunque possibile estrarre la copia forense. Cercheremo attivamente di portare argomentazioni che ci consentano di ottenere la perizia richiesta".