di Tiziano V. Mancini Una strana sensazione coglie al termine della lettura della nuova fatica (forse termine inopportuno, vista la scorrevolezza che la lettura riceve in dono dalla scrittura) di Tommaso di Carpegna Falconieri, Nel labirinto del passato (Laterza, 2020, 203 p., 18 euro) ed è precisamente quando ci si affaccia sulla ricca bibliografia finale chiedendosi: quali saranno le opere vere e quali quelle inventate? Tra quelle rigorose e attendibili si nasconderanno le complottiste, le revisioniste, le controfattuali, le negazioniste? A un primo spiazzamento, subentra la percezione che quell’approdo ingrato sia in realtà la...

di Tiziano V. Mancini

Una strana sensazione coglie al termine della lettura della nuova fatica (forse termine inopportuno, vista la scorrevolezza che la lettura riceve in dono dalla scrittura) di Tommaso di Carpegna Falconieri, Nel labirinto del passato (Laterza, 2020, 203 p., 18 euro) ed è precisamente quando ci si affaccia sulla ricca bibliografia finale chiedendosi: quali saranno le opere vere e quali quelle inventate?

Tra quelle rigorose e attendibili si nasconderanno le complottiste, le revisioniste, le controfattuali, le negazioniste? A un primo spiazzamento, subentra la percezione che quell’approdo ingrato sia in realtà la miglior dimostrazione di aver recepito lo spirito dell’opera: la verità storica è una conquista non facile. Per quanto un fatto avvenga in un solo modo e in un solo momento, la sua rappresentazione non è mai una sola, neppure quando sottoposta alla riprova di chi vi ha assistito.

Sembra di ripercorrere la trama di Rashomon, il film di Kurosawa nel quale ogni punto di vista dei protagonisti volge e stravolge la verità. Snocciolando documenti celebri ma frutto di falsificazione strumentale, ripercorriamo con l’autore la vicenda della Donazione di Costantino, datata 315 d.C. ma redatta in realtà quattro secoli più tardi per giustificare il potere temporale del Papa e la sua autorità sull’Imperatore.

Oppure la lettera del Prete Gianni, nella quale un leggendario re di un territorio misterioso e sconfinato che si estendeva dalle Indie a Babilonia invitava l’Occidente cristiano alle crociate assicurando il suo sostegno. Per arrivare ai Protocolli dei Savi di Sion creati dalla polizia zarista con lo scopo di gettare discredito sugli ebrei e giustificarne la persecuzione. Tutta farina per il sacco dei moderni complottisti, figli dei primi teorici del gigantesco show girato a Hollywood sotto la diabolica regia di Stanley Kubrick al soldo della NASA per far credere al mondo di essere sbarcati sulla luna. Con questi e altri esempi Tommaso di Carpegna ci invita dunque a considerare la storiografia come un’operazione vigile e costante di riflessione, di lentezza, di verifica.

Un esercizio tanto più impegnativo oggi che il termine “storia“ ha drammaticamente perso la sua caratteristica diacronica per assurgere suo malgrado all’esatto contrario, tanto che con il termine “storia“ si definiscono oggi due o tre fotografie pubblicate per qualche secondo su Facebook o su Instagram e destinate a un’esistenza breve ed effimera. E così anche Clio può richiamare tutt’al più il nome di una utilitaria nella quale l’omonima musa si è rassegnata ad accomodarsi sul sedile posteriore per essere accompagnata al definitivo oblio. In definitiva, in tempi di fake news sempre più sofisticate (fake non significa "falso" ma "artefatto", dunque un dato reale modificato strumentalmente) la ricerca della verità su tutto ciò che oggi è già passato e a suo modo è già storia, come la scia di una nave che appena è passata è ormai fissata nel tempo per sempre. Ci sarebbe dunque da lavorare di fact checking ogni giorno, se volessimo davvero imparare la lezione della Storia. Un lavoro che è filologico, interiore, perché come ci ricorda l’autore "il senso della storia non è che la ricerca di un senso".