Altarino per Saman, incontro di fedi: foto, biglietti, fiori e preghiere

In questi giorni è un susseguirsi di persone che dedicano un pensiero alla diciottenne uccisa. Un pachistano: "Io sono della zona d’origine degli Abbas. Vengo qui perché non la penso come loro"

Reggio Emilia, 5 gennaio 2024 – La drammatica vicenda di Saman Abbas ha spesso diviso pareri e idee. Ma allo stesso tempo diventa capace di unire i vari pensieri religiosi, quelli orientati verso la non violenza e il rispetto.

L'altarino per Saman
L'altarino per Saman

Lo dimostra la frequentazione di persone di varie etnie e religioni all’ormai noto "altarino di Saman", realizzato sulla copertura di un pozzo in cemento, che alcuni cittadini hanno spontaneamente trasformato in un luogo di riflessione, subito dopo il ritrovamento del corpo della diciottenne pakistana, sotto oltre un metro di terra in un casolare abbandonato da tempo, a pochissime centinaia di metri dalla casa in cui aveva abitato con i suoi familiari, alle porte di Novellara.

Un cubo di cemento diventato un "altarino", con un basamento in erba sintetica, una copertura in plastica trasparente, alcuni lumini e, ovviamente, la foto della ragazza uccisa dai suoi stessi familiari la notte fra il 30 aprile e il primo maggio del 2021.

Si trova sull’incrocio di Strada Reatino. Sullo sfondo il rudere che per oltre un anno e mezzo aveva fatto da tomba al corpo della giovane. Ora su quell’altarino si trova la foto di Saman, con accanto fiori, lumini, a cui qualcuno ha aggiunto una fila di lucine in occasione delle feste natalizie, oltre a piantine di Stelle di Natale.

Accanto a una di queste c’è un foglio: "Ti amano tutti", si legge nel messaggio scritto a mano tra i quadretti della paginetta. A rendere omaggio a quel luogo, in questi giorni, sono stati cittadini di fede cristiana, ma anche musulmani, fino a fedeli indiani del vicino tempio Sikh, che hanno pregato per lei. Lì si alternano alcuni cittadini per tenere pulito e in ordine quel luogo. Che è diventato anche un riferimento per la preghiera.

Davanti all’altarino si fermano cattolici per un segno della croce, ma anche islamici e fedeli Sikh. "Io sono musulmano – racconta un pakistano che incontriamo proprio davanti al pozzo trasformato in luogo di riflessione, che preferisce però restare nell’anonimato – e anche della stessa origine degli Abbas. Ma non la penso come loro. Sono contro i matrimoni combinati, contro la violenza e contro la privazione della libertà. Ai miei figli non impongo il mio volere. E credo sia giusto pregare anche davanti a questo luogo, che ricorda una ragazza uccisa solo perché voleva sentirsi libera".

A tenere in ordine quel luogo ci sono anche indiani come Harpreet Singh, di fede Sikh, fino agli italiani Gianni Magnanini e Raffaele D’Onofrio, che abitano da sempre in quella zona di campagna novellarese. Soprattutto in estate, quando la calura non perdona, sono loro a portare acqua alle piantine che i passanti lasciano in omaggio a Saman. Sono loro a togliere la polvere dal vetro che protegge la fotografia di Saman. E sullo sfondo resta sempre la sagoma del casolare diroccato, diventato uno dei luoghi simbolo della vicenda Saman, piantonato per mesi dalle forze dell’ordine e oggetto di ogni tipo di analisi scientifiche.