Saman Abbas, il dolore del fratello: "Voglio cambiare cognome. Mia mamma? Una vittima"

L ’assistente sociale che segue il ragazzo da tre anni in aula racconta il suo travaglio personale "Si sente abbandonato dalla famiglia, essere maschio non lo preserva dal pericolo di morte"

Reggio Emilia, 1 luglio 2023 – “Quella notte mio zio Danish Hasnain rientrò in casa. Io ero nel letto e piangevo. Lui si mise accanto a me e iniziò a consolarmi, ma mi disse anche di non preoccuparmi più per mia sorella, perché lei non c’era più".

Saman Abbas, la giovane pachistana uccisa
Saman Abbas, la giovane pachistana uccisa

È il racconto che Antonella Longo, assistente sociale dell’Unione Comuni Bassa reggiana, dice di aver raccolto dal fratello di Saman Abbas, la 18enne pakistana di Novellara per il cui omicidio sono imputati i genitori Shabbar Abbas e Nazia Shaheen, lo zio Danish Hasnain e i due cugini Nomanulhaq Nomanulhaq e Ikram Ijaz.

Al termine dell’udienza di ieri, la Corte d’Assise ha deciso che il giovane dovrà essere ascoltato in aula, accogliendo la richiesta formulata dall’avvocato Liborio Cataliotti (difensore di Hasnain), il quale ha richiamato la norma secondo cui, quando il testimone si riferisce, per la conoscenza dei fatti, ad altre persone, il giudice, a richiesta di parte, dispone che queste siano chiamate a deporre.

Il fratello di Saman, ora costituito parte civile tramite l’avvocato Valeria Miari, fu ascoltato più volte a sommarie informazioni testimoniali e poi, il 18 giugno 2021, nel contradditorio delle parti nell’incidente probatorio davanti al gip Luca Ramponi.

L’operatrice dei servizi segue il ragazzo da tre anni: lo conobbe per la prima volta quando lui aveva 16 anni, il 14 maggio 2021, tredici giorni dopo la scomparsa della giovane, e lo ha tuttora in carico, avendo ottenuto per legge la possibilità di occuparsi di lui fino ai 21 anni.

Ieri ha raccontato la vicenda complessa del ragazzo: la sua presa di coscienza, il graduale distacco dal pensiero dei genitori, la sofferenza e il senso di isolamento che lo accompagnano tuttora.

"All’inizio lui appariva spaventato e diffidente: lo incontrai dopo che era stato a Imperia con suo zio Hasnain. Mi disse che era stato affidato a lui dai genitori, e che lo zio lo aveva motivato a seguirlo promettendogli grandi festeggiamenti e discoteche alla fine del Ramadan".

Il giovane le confidò che temeva dallo zio reazioni aggressive e che anche suo padre Shabbar aveva paura di lui. Anche se – ha rimarcato – mi disse che comunque il papà agiva in modo violento verso la madre e la sorella".

Su Saman, l’assistente sociale ha riferito: "Lui ha deciso di fare il cameriere perché sarebbe stato il mestiere che lei avrebbe voluto fare. Prima non era d’accordo sul fatto che lei frequentasse un fidanzato non condiviso dalla famiglia, ma poi ha compreso le sue scelte".

Agli inizi lui, sconvolto, trovò un importante riferimento nell’ex comandante dei carabinieri di Novellara Pasqualino Lufrano. Il ragazzo tratteggiò all’assistente sociale il carattere dei genitori: "Descriveva il padre come violento e aggressivo. Mentre la madre come un’altra vittima, che lui stesso aveva invitato più volte a lasciare la casa, arrabbiandosi perché lei non reagiva". Ma vi è stata una metamorfosi: "All’inizio lui era molto legato ai genitori, poi ha cambiato atteggiamento, ritenendo che entrambi avessero sbagliato, soprattutto il padre. Quando Shabbar fu arrestato, il figlio disse che era giusto che rispondesse alla giustizia di ciò che aveva fatto. E tuttora – rimarca – è molto arrabbiato con lui".

Il senso della rottura con la famiglia lo rivelò, ben presto, un suo desiderio: "Lui già nell’agosto 2021 voleva cambiare cognome". Mutò anche il tenore delle telefonate che loro gli fecero dopo essere volati in Pakistan: "A un certo punto la madre gli chiese di ritrattare, lo accusavano di aver rovinato la famiglia. Al cellulare il padre era spesso ubriaco e si sentiva piangere la mamma. Lui gli chiese di Saman e il papà rispose che lei sarebbe tornata in Pakistan, risposta che lo fece arrabbiare. Il padre lo aveva anche insultato perché lui faceva dichiarazioni anche su altri familiari".

Se prima, tramite un parente, i genitori avevano fatto sapere al figlio che poteva restare in Italia, "purché studiasse e si comportasse da buon musulmano", poi fecero pressioni chiedendogli di tornare in Pakistan. L’operatrice ha raccontato di una sua fuga dalla comunità per andare a Parma, dove qualcuno sarebbe già stato pronto a prelevarlo.

Capì gradualmente che "essere maschio non lo preservava dal pericolo di morire. Al telefono il padre gli diceva che ormai l’onore era stato macchiato". Anche oggi il giovane, diventato maggiorenne, vive grandi difficoltà: "Si sente abbandonato dalla famiglia e solo, e lo ripete sempre".