L’allarme dello psicologo: "Per dieci ore sui social. Una dipendenza digitale che è un grido di aiuto"

Intervista a Giuseppe Lavenia, psicologo e docente della Politecnica: "La corsa ai ‘mi piace’ maschera una fame di relazioni significative, di essere visti e compresi realmente e non attraverso uno schermo"

Giuseppe Lavenia, psicologo e docente dell’università Politecnica delle Marche

Giuseppe Lavenia, psicologo e docente dell’università Politecnica delle Marche

Ancona, 24 febbraio 2024 – La notizia della battaglia legale intrapresa dalla città di New York contro colossi digitali quali TikTok, Facebook e YouTube riaccende i riflettori su un problema attuale, quello della dipendenza tecnologica che affligge soprattutto i più giovani.

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Professor Giuseppe Lavenia, quali azioni possiamo mettere in campo per contrastarlo?

"Iniziamo con il dire che alla base c’è un vuoto emotivo, un bisogno di connessione reale che la tecnologia finge di colmare ma, in realtà, allarga. La corsa ai ‘mi piace’ e alle condivisioni maschera una fame di relazioni significative, di essere visti e compresi realmente, non attraverso uno schermo".

Spesso vediamo genitori che lasciano i figli per ore in balia di dispositivi elettronici, magari per non essere disturbati durante cene o eventi: a cosa può portare nei giovanissimi questa sovraesposizione digitale?

"Un dispositivo elettronico non può sostituire il calore di una conversazione, l’interazione umana, l’apprendimento che avviene attraverso il gioco fisico. Non si tratta di demonizzare la tecnologia o di ignorare il suo potenziale educativo e di connessione. Al contrario, è un appello a riequilibrare le scale, a ricordarci che prima di essere genitori digitali, siamo custodi delle relazioni umane dei nostri figli".

Quanto tempo in media i giovani trascorrono sui social media durante il giorno?

"La fascia temporale che emerge dalle osservazioni si attesta tra le sei e le otto ore quotidiane. Più preoccupante è il dato che circa il 17% degli adolescenti eccede questa media, navigando online per oltre dieci ore al giorno. Questo fenomeno non solo evidenzia il ruolo preponderante dei social nella vita dei giovani ma pone anche domande urgenti sull’interazione familiare e sull’educazione digitale".

Quali potrebbero essere le conseguenze a lungo termine di questa sovraesposizione?

"Disturbi del sonno, riduzione della capacità di attenzione, incremento di ansia e depressione, oltre a un possibile deterioramento dell’immagine personale. Queste piattaforme, infatti, influenzano profondamente non solo il tempo online ma anche la percezione che i giovani hanno di se stessi e del mondo intorno a loro, promuovendo un confronto costante con realtà idealizzate che può alimentare insoddisfazione e frustrazione".

In che modo la società può intervenire in questo processo? "Creando una comunità di genitori, educatori ed esperti che possano condividere esperienze, dubbi e strategie. Solo così potremo garantire che la tecnologia rimanga uno strumento al servizio del benessere dei nostri figli, non un ostacolo alla loro crescita emotiva e sociale. Per contrastare l’isolamento che può derivare dall’uso improprio dei social media, è fondamentale un impegno congiunto che include l’apertura di un dialogo costruttivo sull’utilizzo dei social, la definizione di limiti equilibrati per il tempo trascorso online e la promozione di attività che favoriscano il contatto diretto e l’impegno sociale. Dotare i giovani degli strumenti per sviluppare un senso di sé resiliente e autentico è essenziale per aiut arli a navigare con fiducia nel mondo digitale".

È tempo di fare un passo indietro?

"Sì, e valutare l’impatto a lungo termine delle nostre scelte tecnologiche. Dobbiamo chiederci: stiamo veramente preparando i nostri figli per il futuro, o stiamo semplicemente posticipando sfide più grandi che dovranno affrontare senza gli strumenti adeguati? La nostra responsabilità è grande, ma non dobbiamo affrontarla da soli".