Banda della Uno Bianca, svolta vicina: nuovi testimoni e atti inediti

La procura di Bologna accelera sull’accertamento della pista dell’eversione e il ruolo dei servizi. Il fascicolo aperto nel 2021 e l’esposto dei familiari delle vittime. Ma molti reati sono già prescritti

Bologna, 3 gennaio 2024 – Le domande riportano all’urgenza della cronaca le ferite di una macelleria che ormai è storia: 24 morti, oltre 100 feriti, una scia di orrore che dal 1987 al 1994 ha straziato l’Emilia-Romagna e le Marche.

Il 4 gennaio 1991 i killer della Uno bianca uccidono tre carabinieri: è la strage del Pilastro
Il 4 gennaio 1991 i killer della Uno bianca uccidono tre carabinieri: è la strage del Pilastro

Le domande, sulla Uno Bianca, sono al centro della nuova inchiesta della Procura di Bologna guidata da Giuseppe Amato che, a quasi 30 anni dall’arresto di Roberto Savi, è ormai alla svolta. La polizia giudiziaria – Digos e Ros – ha sequestrato documenti, riletto verbali, acquisito atti digitalizzati e altri desecretati. Ma, soprattutto, ha sentito nuovi testimoni e riascoltato altri ritenuti chiave già negli anni Novanta.

Un lavoro silenzioso che presto potrebbe portare le risposte alle domande, poste disperatamente dai parenti delle vittime: c’era davvero qualcuno sopra i fratelli Savi, che li dirigeva con trame oscure? L’eccidio del Pilastro (di cui domani ricorre il 33esimo anniversario) rientra nei fili maciullati di una strategia della tensione? O dell’eversione? O della ‘famosa’ Falange armata? O i reati commessi erano solo quelli di un gruppo di assassini senza pietà?

Il fascicolo era stato aperto nel 2021 della Procura dopo aver ricevuto un’informativa dai carabinieri che hanno acquisito un’intercettazione già agli atti, ma riportata all’attenzione dai cronisti del Carlino, e un esposto di un giornalista ed ex consigliere comunale. L’intercettazione, dell’agosto 1992, tra Marino Bersani e un amico di famiglia, riguardava la figlia di Bersani, testimone della strage del 4 gennaio 1991: le dichiarazioni della ragazza portarono ad accusare dell’eccidio i fratelli Santagata, appartenenti alla criminalità organizzata, poi assolti a seguito della confessione dei Savi. Nella telefonata Marino Bersani diceva all’amico di "capi" che avrebbero rassicurato la figlia garantendole "un grande avvocato" e dicendole che erano "tutti con lei". Durante il dibattimento, il 24 ottobre 1996 fu sentito Bersani (oggi morto) anche sul contenuto dell’intercettazione di quattro anni prima. Ma il teste non chiarì nulla nonostante le tante domande del giudice: "Non ricordo, non saprei". I protagonisti della vicenda sono ora stati tutti risentiti.

Poi alcuni familiari delle vittime (in testa Ludovico, il fratello di Mauro Mitilini, uno dei carabinieri uccisi) hanno presentato un esposto da 250 pagine in cui si elencano azioni sanguinarie inspiegabili, depistaggi, false piste, errori che, secondo i firmatari, fecero in modo che la banda fosse "liquidata" come un gruppo di criminali comuni, per quanto sanguinari, ma che invece aveva collegamenti con quella trama eversiva incistata nel nostro Paese. Un altro pezzo del puzzle di quella strategia della tensione che per 25 anni ha massacrato l’Italia.

Ora la svolta. Con acquisizioni documentali ed escussione di testimoni. È chiaro che molti reati (soprattutto quelli eventualmente commessi in relazione ai depistaggi o a mancanze nelle indagini o alle omissioni) siano già prescritti. Ma la procura, attraverso l’acquisizione di atti digitalizzati, vuole comunque dare una risposta alle tante domande. Anche un’eventuale archiviazione potrebbe portare all’accertamento di aspetti mai chiariti. I veri obiettivi sono dunque la pista dell’eversione e l’eventuale presenza di componenti mai scoperti della banda. Fra gli spunti recentemente vagliati c’è un viaggio di Roberto Savi in Africa, a Kinshasa, tre giorni nel 1990, dove fu accompagnato da un collega. L’ipotesi è che in Africa si trovassero diversi esponenti dei Servizi segreti latitanti, con cui Savi avrebbe avuto un confronto.

Fra le persone risentite non ci sono solo testimoni legati all’eccidio del Pilastro, ma anche all’omicidio dei carabinieri Cataldo Stasi e Umberto Erriu, il 20 aprile del 1988 a Castel Maggiore. Per i firmatari dell’esposto quello fu un agguato.

Dunque si chiede non solo di verificare cosa accadde fra i vertici della questura di Bologna (i Savi erano poliziotti), ma anche dell’Arma. Un lavoro delicato e complicato dalla polvere del tempo, dai silenzi e dalle omissioni.

è arrivato su WhatsApp

Per ricevere le notizie selezionate dalla redazione in modo semplice e sicuro