Ergastolo a Padovani, Stefania Matteuzzi: “Mia sorella ora sorride. Lui? Un manipolatore, voleva controllarla"

Lo sfogo della parente: "Rispetto il diritto dell’imputato a difendersi. Lei è stata fragile, alle altre dico: non tollerate mancanze di rispetto"

Bologna, 13 febbraio 2024 – “Nessuno mi ridarà mai mia sorella. Ma l’unica cosa che so è che da lassù, oggi, lei sorride".

Stefania Matteuzzi dal primo giorno chiede giustizia per l’omicidio di sua sorella Alessandra, per lei Sandra. Le due donne erano al telefono mentre, quella tragica sera d’agosto di due anni fa, Alessandra veniva massacrata dall’ex Giovanni Padovani. Impotente, dall’altro capo del cellulare, Stefania la udiva gridare e implorare pietà, dopo che lei per prima tante volte l’aveva messa in guardia da quel ragazzo e dal loro rapporto "sbilanciato".

Stefania Matteuzzi era al telefono con la sorella quando quest’ultima è stata aggredita e uccisa dall’ex Giovanni Padovani
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Stefania, lei ha sempre ribadito che a darle forza era la speranza di una condanna severa dell’assassino di sua sorella. Ora l’ha avuta: come sta?

"Sono state settimane difficili, man mano che si avvicinava l’udienza. Sono crollata, mi sentivo senza forze. Quello che speravo con tutto il cuore però l’ho ottenuto. Quando i giudici hanno letto la condanna e ho sentito la parola ergastolo, mi ronzavano le orecchie. Non ho capito più niente, mi mancava l’aria. Perché ho capito che i giudici avevano capito. Avevano recepito quello che mia sorella ha subìto, non solo alla fine, ma anche nei mesi precedenti. Quello era il mio pensiero fisso, la sua agonia avesse giustizia".

Lei si augurava che Padovani prendesse l’ergastolo?

"Io non sono contenta che una persona vada in carcere per tutta la vita. Avrei preferito mille volte che mia sorella fosse viva, magari anche ferita, ma qui con me, e lui fuori dal carcere. Così però non sarà, Sandra nessuno me la ridarà mai. Allora lui deve assumersi le sue responsabilità e pagare per quello che ha fatto".

Padovani in aula ha detto che al momento del delitto e nei mesi precedenti non era lucido. Lei lo conosceva: che ne pensa?

"Rispetto la sua linea difensiva e le posizioni sostenute dal suo avvocato. Era giusto che lui potesse parlare. I valori con cui mi ha cresciuto la mia famiglia, che erano anche di Sandra, si basano sul rispetto degli altri. Però ho rivisto in aula quell’atteggiamento che aveva anche prima, persino con me".

Quale atteggiamento?

"Quello di un manipolatore, di uno che spera sempre di farla franca. Ha ucciso mia sorella e ora dice che non ci sono vincitori, solo vinti: con quale coraggio? Dice che non era lucido quando l’ha uccisa: se era malato, poteva rivolgersi a un medico, prima di ammazzarla e di farle passare quello che le ha fatto passare. Quando è morta pesava 47 chili: non mangiava più dalla paura, per un mese era rimasta chiusa in casa temendo di vederselo comparire davanti. Le staccava la luce, la spiava dalle telecamere, le controllava il telefono. Lei non viveva più".

Si è parlato della ’incoerenza’ di Alessandra, che trascorse con il suo aguzzino pure il suo ultimo giorno. La difesa sosteneva che il loro rapporto fosse reciprocamente tossico, tanto da esasperare pure lei. Era così?

"È vero, Sandra era stata fragile. Tante volte aveva perdonato Giovanni di cose per me imperdonabili. Mai però aveva voluto controllarlo, perciò dico che non c’era tossicità reciproca. E alla fine aveva capito che lui la manipolava, diceva: come ho potuto essere così debole con lui, io che sono sempre stata forte? Ma lui era così anche con me, piangeva e mi scongiurava di non prendermela con lui, forse sperando di avermi dalla sua parte per ’tenere buona’ Sandra. Il suo unico scopo era controllarla".

Lei darebbe un consiglio ad altre donne che si sentono in pericolo?

"Posso dire che bisogna mettere dei paletti subito, alla prima mancanza di rispetto. Prima di entrare in un meccanismo poi difficile da disinnescare".

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