Omicidio Matteuzzi, le sorella faccia a faccia col killer: "Sento le urla di Sandra"

Stefania ha anche accusato un malore durante l’udienza. "Devo essere forte per lei. Soffrirebbe tanto se vedesse cosa succede qui oggi"

Stefania Matteuzzi guarda verso Giovanni Padovani, ieri in tribunale

Stefania Matteuzzi guarda verso Giovanni Padovani, ieri in tribunale

Bologna, 20 luglio 2023 – Piange , urla e grida, Stefania Matteuzzi. Non smette quasi di singhiozzare sommessamente, mentre è seduta nell’aula di tribunale in cui si celebra il processo all’assassino di sua sorella, che ieri per la prima volta ha rivisto da quando ha ucciso la sua Sandra. Stefania si sistema proprio dietro agli avvocati di parte civile Antonio Petroncini e Chiara Rinaldi, ad appena una manciata di posti di distanza da quello dell’imputato, Giovanni Padovani.

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L’uomo che l’anno scorso, il 23 agosto, ha aspettato sotto casa sua sorella Alessandra Matteuzzi, che rientrava proprio da una cena da Stefania, e appena è scesa dall’auto l’ha assalita brandendo un martello. L’ha colpita al viso, tramortendola, poi ha inveito su di lei con calci, pugni e colpi di una panchina trovata sotto il condominio di via dell’Arcoveggio. Il tutto mentre Stefania era in linea all’altro capo del cellulare, a udire le urla strazianti della sorella, che aveva in tutti i modi cercato di convincere a non tornare a casa proprio perché temeva che Padovani, che anche su impulso suo Sandra aveva di recente denunciato per stalking, la stesse aspettando.

Appena il procuratore aggiunto Lucia Russo comincia a ricostruire davanti alla Corte d’assise quello che accadde quella drammatica sera, quindi, Stefania Matteuzzi grida e si accascia sulla sedia e sul tavolo davanti a lei. Viene accompagnata fuori a riprendersi. Tra le lacrime ripete: "Poverina, poverina, povera Sandra".

Stefania, è la prima volta che rivede Padovani dopo quello che ha fatto.

"È durissima. Sono molto provata. Non riesco a esprimere il dolore che provo".

Quella tragica sera lei era al telefono con Alessandra, mentre veniva aggredita senza pietà.

"Quello che la gente non capisce è che io vivo le cose come se mi trovassi in due posizioni diverse: da un lato sento il racconto di quella sera, la ricostruzione di quello che è successo, dall’altro nella mia testa continuo a udire le urla strazianti di Sandra, la sua voce per l’ultima volta. E quella l’ho sempre in mente, in tutti i momenti".

Come si affronta un dolore simile?

"Devo essere forte per Sandra e per la nostra mamma, che è molto malata. Quello che penso ora, guardando questo processo, lui lì seduto come imputato, è a quanto mia sorella avrebbe sofferto. Immagino quanto dolore le darebbe tutto questo. E quanto deve avere sofferto quella sera, quanto ha avuto paura".

Al polso ha un braccialetto: era di Alessandra?

"Sì, me l’ha prestato la sua migliore amica, per tenerlo vicino oggi (ieri, ndr ). Ho anche la medaglietta della sua amatissima cagnolina, Venny: fu per accudire lei, già tanto anziana, che quella sera Sandra decise di tornare a casa anziché restare a dormire da me dopo cena, come le avevo chiesto. Ora anche Venny non c’è più. Se n’è andata da poco, a 17 anni, tantissimi per un cane. Perciò ho voluto portarle tutte e due qui insieme, in tribunale".

Dal primo istante lei chiede a gran voce giustizia per quello che è successo a sua sorella.

"Certo. E credo fermamente che se non sarà fatta giustizia per Alessandra, allora la giustizia non esiste".

Federica Orlandi

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