Paolo Bellini e le sue mille vite. La storia della Primula Nera oltre la Strage di Bologna

L’ex terrorista condannato all’ergastolo per il 2 agosto. Dalla latitanza in Sudamerica all’omicidio Campanile. Ma fu anche ladro di mobili antichi e pilota d’aerei

Il sedicente brasiliano Da Silva confessa di essere in realtà Paolo Bellini

Il sedicente brasiliano Da Silva confessa di essere in realtà Paolo Bellini

Bologna, 29 giugno 2023 – Settant'anni compiuti solo pochi giorni fa, ex terrorista di Avanguardia nazionale, condannato in primo grado all'ergastolo nell'aprile del 2022 dalla Corte d'Assise di Bologna, presieduta dal giudice Francesco Maria Caruso, come quinto esecutore della strage del 2 agosto 1980. Tutto questo, e molto di più, è Paolo Bellini – arrestato oggi per minacce alla moglie - sangue reggiano, conosciuto anche come la ‘primula nera’ sarà coinvolto in tanti misteri della storia d’Italia, tra cui la strage di Bologna, la strage di Capaci, la trattativa Stato-mafia.

Ex estremista di destra nel gruppo di Avanguardia Nazionale, dal 1976 fu latitante in Sudamerica e riuscì a girare indisturbato per il mondo “protetto dai Servizi deviati” e con l’alias del brasiliano Roberto Da Silva. Ma fu pure ladro di mobili antichi, truffatore, pilota d'aerei, “assassino” come lui stesso si è definito, pur dichiarandosi sempre innocente per la strage di Bologna.

L’omicidio Campanile

Nel 1999 Bellini confessò d’aver ucciso un commilitone della prima giovinezza, Alceste Campanile, l’ex militante del Fronte della gioventù che, con il passare del tempo, lasciò la destra per avvicinarsi all’estrema sinistra. Bellini raccontò d’aver raccolto in auto Campanile, che chiedeva un passaggio per strada, e di avergli sparato. “Uccidere Alceste è stata la cosa più stupida che ho fatto nella mia vita – disse davanti alla Corte il 24 novembre 2021 –. Questa cosa me la porto dentro e mi corrode”.

I malori in aula e i ricoveri

Due malori accusati in aula durante il dibattimento, un’operazione delicata al cuore, un mese di stop forzato del processo per attendere la guarigione e non creargli troppo stress e infermieri e medici sempre presenti in tribunale per misurargli la pressione. Per lui, già collaboratore di giustizia ma uscito da ogni programma di protezione, la Procura generale chiese addirittura il carcere: “Ci sono ancora oggi – così i magistrati –, 40 anni dopo, esigenze cautelari per arrestarlo: pericolo di fuga e inquinamento probatorio”. Il gip rigettò e Bellini restò libero. Per l’accusa avrebbe agito con i Nar già condannati (Mambro, Fioravanti, Ciavardini e Cavallini, quest’ultimo solo in primo grado) e con “altri da identificare, allo scopo di attentare alla sicurezza interna dello Stato”.

“Sono innocente”

“Ma io sono innocente, non ero a Bologna”, sussurrò il reggiano alla ’prima’ davanti alla Corte, maglia a rombi, profilo basso, mascherina bianca a nascondere naso e bocca. L’opposto di quel freddo killer pagato anche dalla ’ndrangheta, prosciolto nel 1992 da ogni accusa di strage, ’richiamato’ nel 2018 dai magistrati Alberto Candi, Nicola Proto e Umberto Palma per questo nuovo e lungo processo.

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