CLAUDIO CUMANI
Cultura e spettacoli

Francesco Guccini compie 84 anni: "Sogni, bici e fidanzate. Le campagne emiliane erano il mio West"

Il cantautore: sono vecchio ma la testa funziona. "Era il 1984 e quella notte a Bologna in piazza Maggiore fu indimenticabile. Ripenso ai tanti amici che erano con me a suonare e non ci sono più"

Francesco Guccini 40 anni fa sul palco con Lucio Dalla

Francesco Guccini 40 anni fa sul palco con Lucio Dalla

Bologna, 14 giugno 2024 – Francesco Guccini oggi compie 84 anni. "Me li sento tutti e anche qualcuno in più", se la ride nella sua casa di Pavana, aspettando parenti e amici per la consueta cena in un’osteria dei dintorni. Quale dono vorrebbe ricevere? "Quarant’anni in meno, ma quelli nessuno me li può regalare". Ci ha pensato Bologna a rendere omaggio al Maestrone lunedì in piazza Maggiore per rievocare un evento epocale accaduto proprio 40 anni fa, ovvero il grande concerto ‘Fra la via Emilia e il West’. "Fu la Woodstock italiana", sorride Francesco. Quella lontana notte del 21 agosto 1984, davanti a una folla straripante stimata dalla polizia in 160mila persone, Guccini registrò dal vivo il suo dodicesimo Lp, un doppio album con nessun inedito ma destinato a divenire mitico. Ma non solo. In quella serata, per festeggiare i 20 anni di carriera del Maestrone, salirono sul palco, fra un pezzo e l’altro, anche gli amici di sempre: Lucio Dalla cantò ‘Piazza Grande’, Paolo Conte ‘Genova per noi’, Giorgio Gaber ‘Il sociale’, l’Equipe 84 ‘Auschwitz’, i Nomadi ‘Dio è morto’, Claudio Lolli ‘Ho visto anche degli zingari felici...". Tutto il Novecento dei cantautori, insomma. Di quella lontana serata resta la testimonianza filmata di Rai2 che verrà appunto presentata lunedì in occasione dell’inaugurazione della tradizionale rassegna ‘Sotto le stelle del cinema’. Prima però, accompagnato dal saluto del sindaco Lepore e del direttore della Cineteca Farinelli, Guccini raccoglierà l’applauso della piazza e converserà con Massimo Cotto. "Sono già preoccupato per la strada a piedi che dovrò fare per raggiungere il palco dal cortile del Comune", confessa Guccini.

Come nacque l’idea di quel concertone?

"Furono il mio manager Renzo Fantini e l’allora assessore alla cultura Nicola Sinisi a convincermi. Vennero a trovarmi a Pavana per contrastare la mia titubanza. Lo confesso, avevo paura. ‘Ma perché lo devo fare io?’, continuavo a chiedere. E Sinisi, a un certo punto, sbottò: ‘Perché sennò lo fa qualcun altro’. Insomma, dissi sì. Ci mettemmo a provare con il gruppo, Bandini, Flaco, Marangolo, Tavolazzi, Tempera. Quando finalmente salimmo sul palco restammo impietriti. Nessuno di noi si aspettava tutte le strade attorno alla piazza invase in quel modo. Non si camminava".

Cosa prova ripensando a quella notte?

"Sono vecchio e mi viene da pensare ai tanti amici che se ne sono andati. Solo Paolo Conte, Maurizio Vandelli e pochi altri ci sono ancora. Non ho un ricordo preciso di quella sera. Fu come andare a un esame universitario, all’inizio sei terrorizzato, poi ti sciogli e vai. Non ho più cantato in piazza Maggiore e, pur avendo suonato negli stadi, non ho più trovato una folla simile. Dopo il concerto partirono quasi tutti e io e gli amici andammo a cenare all’Osteria delle Dame dove avevano preparato un catering solo per noi. Non so per quale ragione ma arrivò a un certo punto anche Bettino Craxi".

Quel titolo, ‘Fra la via Emilia e il West’, allude a un mito americano caro a una generazione e consacrato da Fernanda Pivano?

"Per noi l’America rappresentava il cinema, la musica, i libri. A Modena abitavo in una strada che da un lato finiva sulla via Emilia e dall’altro sbucava in campagna. Ecco, quei campi erano le praterie del nostro Far West. Ricordo una stradina che facevo in bicicletta con una fidanzatina per cercare un posto appartato... Non vado da un po’ a Modena, ma so che in quel Far West adesso ci sono solo case".

Se ripensa a quegli anni ‘80 prova nostalgia?

"Ho nostalgia per le possibilità che avevo da giovane. Mi sento condizionato dai problemi fisici, anche se la testa funziona bene: ieri ho finito l’ultimo dei cinque racconti che verranno pubblicati in autunno. Negli ultimi decenni c’è stato un salto tremendo, i telefonini hanno cambiato il mondo. Io non ho il cellulare, mi piacciono le serie ma qualcuno me le deve mettere, ho un giradischi regalato da mia moglie che non so usare".

A proposito di musica, c’è qualche sua riedizione in arrivo?

"Mi pare ne stiano parlando, ma credo dipenda da cose che non so. Anche la discografia è cambiata e sinceramente non conosco i nuovi artisti. Sono soddisfatto della mia carriera, forse avrei potuto fare di più ma non mi lamento".

Come sono andate le ultime elezioni?

"In Emilia si sta bene, almeno fino a un certo punto, ma non sono felice. Mi preoccupa il contesto europeo. Il discorso è complesso, ma il disagio sociale e l’impoverimento delle classi medie sono elementi allarmanti".

Si dice che molti ragazzi non conoscono l’impegno. Perché lei allora è così popolare presso i giovani?

"Non so se i ragazzi mi conoscano, di sicuro molti vengono a suonare il campanello di casa soprattutto durante il weekend. Fanno una foto col telefonino e la mettono, come si chiama, lì... su Instagram".

Pensa mai alla fine?

"Fin qua ci sono arrivato e qualcosa ho fatto. Non mi sembra che sia ancora il momento e quando arriverà ci penserò".