Battaglia con il Comune: "Defibrillatore scarico, così è morta mia moglie. Ma la legge non c’era"

La tragedia di Giuseppina Fogli, moglie dell’ex sindaco di Goro: "Norma tre mesi dopo, ma la giunta di Comacchio deliberò la manutenzione". Rigettata la conciliazione, ora è pronto un esposto tutto nuovo

Ferrara, 28 febbraio 2024 – “Quello che so è che quando è stato portato il defibrillatore del Comune hanno visto che era scarico. Io non so nemmeno come sia fatto e come funzioni un defibrillatore". "In quegli istanti molto concitati ho capito che forse non funzionasse e mi sorge il dubbio che non ci fosse nessuno che lo sapesse usare". "Le pile erano scariche. Io non so nemmeno come è fatto".

Giuseppina ’Lina’ Fogli, 56 anni. A destra, Rino Conventi e il loro figlio Mario
Giuseppina ’Lina’ Fogli, 56 anni. A destra, Rino Conventi e il loro figlio Mario

Voci, testimonianze verbalizzate dai carabinieri nel maggio 2021 dai dipendenti del Comune di Comacchio a proposito di un defibrillatore semiautomatico (e semisconosciuto) donato nel 2015 da Assonautica e Lions all’amministrazione lagunare. Strumento che però, sei anni dopo, non essendo stato curato a dovere, non partì al momento del bisogno. Quando cioè il cuore di Giuseppina ’Lina’ Fogli, 56 anni dipendente del Comune, in forza ai Lavori pubblici, andò in arresto e si spense dopo 67 giorni di coma. Non partì perché era scarico.

LA STORIA

Una vicenda allucinante, paradossale, correlata da scaricabarili, ’autoassoluzioni’, dal giustificarsi dietro a una norma – quella di tenere i Dae – che all’epoca non c’era e che verrà fuori solo tre mesi più tardi. Arrivando addirittura a sostenere che anche se quel salvavita avesse funzionato, Giuseppina sarebbe morta ugualmente.

Era il 6 maggio 2021 quando la donna, moglie dell’ex sindaco di Goro Rino Conventi, oggi imprenditore ittico, e con un figlio, Mario, all’epoca dei fatti appena maggiorenne, perde i sensi al lavoro. Il cuore va in arresto. "Qualche collega – spiega il marito – ha cercato di praticargli il massaggio cardiaco, tutto in stretto contatto con il 118, fino a quando un altro si è ricordato che al piano di sotto c’era un Dae". Quest’ultimo si chiama Bruno, tecnico elettronico, che nella pazza corsa per andare ad aprire la teca ed estratte il defibrillatore, ci rimetterà pure una mano. Una volta posizionate le piastre sulla donna, "ho schiacciato il pulsante verde – dirà ai carabinieri – ma...". Nessuna reazione. Il Dae non si accende. Apre il vano batteria, forse c’è una qualche ostruzione, ma il risultato non cambia. Grazie al massaggio di un terzo collega e all’arrivo del 118 che farà ripartire il cuore con un proprio defibrillatore, Lina è ancora viva. "Ma – riprende Conventi con un filo di voce – l’ipossia era molto importante, rimase in coma oltre due mesi prima di morire. In ospedale, attaccata alle macchine, pareva dormisse. Non si svegliò più".

BATTAGLIA LEGALE

La famiglia chiede chiarezza, parte un esposto ma senza puntare il dito contro questo o quell’altro. Il 25 marzo 2022 però viene chiesta l’archiviazione del fascicolo aperto contro ignoti, l’11 maggio verrà accolta. "Ma il pm – dicono Rino e il figlio – non poteva fare nulla di più sulla base di una scarsa documentazione che si trovò in quel momento".

Caso chiuso? No, perché da quel momento la famiglia inizia a domandarsi se l’amministrazione di Comacchio avrebbe dovuto rispondere in qualche modo per il Dae non funzionante. L’incarico viene affidato all’avvocato Vasco Sisti che, nel rimettere in fila le carte, parte ricostruendo l’intera storia di quella macchina donata al Comune nel 2015 con tanto di nota stampa di ringraziamento dell’allora sindaco Marco Fabbri il quale sottolineò l’importanza della prevenzione, aggiungendo che "l’obiettivo è ora quello di dotare ogni edificio pubblico di un Dae". Per farlo "si procederà con una mappatura del territorio...". Con una delibera datata 17 giugno 2015, la giunta lagunare accetterà la donazione, demandando "al dirigente del settore II l’attuazione di ogni successivo adempimento e l’adozione di tutti i provvedimenti conseguenti all’approvazione del presente atto".

Dunque, secondo la famiglia Conventi e il loro avvocato, con quel documento aveva il dovere di "manutentare il Dae e formare il personale nell’utilizzarlo". Il 28 maggio 2018, con un’altra determina, viene approvata la spesa di 120 euro per la sostituzione "degli elettrodi ’adulto’ e ’pediatrici’, durata due anni". Delle batterie, a quanto risulterebbe, nessuno però se ne occupò.

"NON C’ERA LA LEGGE”

Si arriva al 16 maggio 2023, giorno dell’udienza di comparizione per la mediazione nei confronti del Comune di Comacchio. La risposta dell’ente alla famiglia? Nessuna responsabilità, nessuna intenzione di conciliare in quanto all’epoca della morte di Lina, non vi era nessun obbligo di legge nel tenere e manutentare Dae nelle strutture pubbliche. Legge, la 116, che in effetti verrà pubblicata il 4 agosto 2021 – tre mesi dopo il dramma – in Gazzetta ufficiale e entrerà in vigore il 13 settembre dello stesso anno. Da quel giorno almeno un Dae deve trovarsi in tutte le amministrazioni, con almeno 15 dipendenti, che abbiano rapporti con il pubblico. Insomma, il tentativo di trovare una mediazione con il Comune deflagra. Così come era già deflagrata l’azione civile che i Conventi avevano intentato contro lo stesso ente. Motivo? Due settimane dopo la morte di Lina Fogli, in tribunale accadde un fatto molto simile. Un uomo andò in arresto e morì, anche in quel caso il Dae era scarico. Il presidente del tribunale, alcuni giorni dopo, in un’intervista affermò che "non essendoci nessun obbligo della presenza del macchinario, dunque della sua manutenzione, voci e polemiche si annullano e resta il cordoglio". Parole, spiega oggi Rino Conventi, "dette dal vertice di Palazzo, che ci hanno fatto male e hanno frenato la nostra azione civile".

NUOVO ESPOSTO

Ma se civilmente la situazione è in stallo, dal punto di vista penale l’avvocato Sisti è pronto a depositare un esposto tutto nuovo, con indagini difensive, atti, sit, "ma – dice il legale – non con la volontà di riaprire il vecchio fascicolo, bensì uno tutto nuovo e ripartire da zero". Perché, chiude Conventi, "un ente pubblico, dopo aver messo in atto atti formali, come quelle delibere, non può nascondersi autoassolvendosi. Questo è vergognoso. Siamo di fronte a un problema nazionale e non possiamo creare un precedente. Quello che è accaduto a mia moglie non deve succedere a nessun altro". La battaglia a suon di atti riparte.