Mattia Franzoni
Mattia Franzoni

Modena, 25 agosto 2019 - E’ nato a Soliera, poi il suo mestiere (è specializzato in criprovalute) lo ha portato all’estero. Ma l’informatica e il mondo digitale lo hanno sempre appassionato. Così, Mattia Franzoni, 23 anni, e tra le circa cento persone che in Italia hanno un microchip grande come un chicco di riso innestato nella mano. E’ il primo esempio di cyborg, l’uomo con innesti elettronici. E la sua vita è migliore, anzi, più smart.
Mattia, innanzitutto perché ti sei fatto innestare un microchip?
«Soprattutto perché mi piace sperimentare nuove cose. Dal punto di vista pratico, lo uso per sbloccare lo smarphone e il telefono, mi basta avvicinare la mano. E poi posso caricarci tanti documenti, come se fosse una chiavetta Usb».
Come fai?
«Ho scaricato un’apposita App sullo smartphone. Poi mi basta avvicinare la mano allo schermo e riesco a scaricare e caricare file».
Ripartiamo dall’inizio: come hai acquistato il microchip?
«L’ho comprato su Internet da un rivenditore tedesco che commericalizza il prodotto, che è americano».
Come lo ha innestato nella mano?
«Il chip arriva via posta già all’interno di una siringa sterilizzata. Dopo basta iniettarselo».
L’hai fatto da solo?
«No, ma mi è bastato andare in un negozio dove applicano i piercing, a Carpi. Se si conosce la fisiologia della mano si può fare anche da soli».
In che zona della mano l’hai fatto innestare?
«Tra pollice e indice. Lì non passano nervi, muscoli o vasi sanguigni, è la collocazione ideale».
Quanto l’hai pagato?
«Circa 60 euro».
Fa male?
«Assolutamente no. Ce l’ho da quattro anni e non ha mai avuto problemi né di rigetto né di dolore».
Lo terrai ancora per molto?
«Lo cambierò il prossimo anno, acquisterò una versione più avanzata: con il nuovo modello potrò anche effettuare pagamenti: mi basterà avvicinare la mano al Pos e funzionerà come un bancomat».
In futuro secondo te quali utilizzi potrà avere?
«Quando tutti saranno dotati di lettore, potremo portarci dietro tutti i nostri documenti più importanti, da quelli anagrafici alle cartelle cliniche, senza mai il timore di dimenticarceli»
Ti senti un po’ cyborg?
«Un po’ sì. E’ un esperimento che ho voulto fare e credo che il futuro vada in questa direzione».